Filosofia | Saggezza

Francois Jullien
Il saggio è senza idee
Einaudi, 2002
pag. 109

Attaccarsi a un’idea | Essere senza idea (privilegiata), senza posizione fissa, senza io particolare, tenere tutte le idee sullo stesso piano

La filosofia è storica | La saggezza è senza storia

Progresso della spiegazione (dimostrazione) | Variazione della formula (la saggezza va rimuginata, “assaporata”)

Generalità | Globalità

Piano d’immanenza (che taglia il caos) | Fondo d’immanenza

Discorso (definizione) | Osservazione (incitamento)

Senso | Evidenza

Nascosto perché oscuro | Nascosto perché evidente

Conoscere | Realizzare (to realize): prendere coscienza di ciò che si vede, di ciò che si sa

Rivelazione | Regolazione

Dire | Non c’è niente da dire

Verità | Congruenza (congruo: perfettamente conveniente a una data situazione)

Categoria dell’Essere del soggetto |Categoria dl processo (corso del mondo, corso della condotta)

Libertà | Spontaneità (sponte sua)

Errore | Parzialità (accecati da un aspetto delle cose, non si vede più l’altro; non si vede che un angolo e non la globalità)

La via conduce alla Verità | La via è la percorribilità (per dove “va”, per dove è “possibile”)

Smart Napoli Bay

1. Le vie del PD non si incrociano più con le mie per tante ragioni, ne cito due per tutte in maniera temo troppo sintetica:
non mi piace il modello di partito, così fortemente incentrato sull’uomo solo al comando;
considero inefficace prima ancora che arretrata l’idea di sviluppo proposta per l’Italia, così fortemente incentrata sulla competizione povera, senza visione, missione, strategia.

2. Per me l’Italia ha bisogno di:
più politica industriale e più investimenti privati;
una politica per l’innovazione e la ricerca scientifica;
maggiori investimenti nella scuola, nella formazione, nella conoscenza;
mettere al centro delle sue strategie di sviluppo le città, i distretti, territori italiani;
incentivare e sostenere la transizione delle PMI verso l’economia digitale;
ridefinire la propria identità e la propria mission e determinare il proprio vantaggio competitivo intorno a due concetti fondamentali: qualità e bellezza.

3. Anche nella crisi vince chi innova, chi sa scrutare i segni del tempo, chi sa capire prima degli altri che per competere meglio e crescere di più occorre investire in capitale umano, nuove professionalità e competenze, formazione, ricerca, chi sa scegliere la strada della competizione di livello alto, dello sviluppo che valorizza imprese e territori, città e distretti (culturali, sociali, produttivi) che diventano sempre più competitivi perché sanno sempre più pensare e agire come comunità di interazione che incarnano altrettanti nodi di elaborazione, di comunicazione e di scambio del sapere e del saper fare.
Se il presente si chiama internet delle cose, internet dell’energia, internet delle città, mi sembra evidente che i tag del cambiamento e dello sviluppo sono innovazione, lavoro, persone, qualità.
E’ sulle vie dell’innovazione, del lavoro e dello sviluppo di qualità che l’Italia può fermare il declino, può ritrovare carattere, senso, identità, missione, può riconnettere società e istituzioni, può arginare il deterioramento dello spirito pubblico, può uscire stabilmente dalla crisi, può ritrovare il legame non solo etico ma anche materiale, concreto, pratico che c’è tra lavoro, autonomia e diritti delle persone.
Perché sì, se anche i ragazzi che hanno un lavoro stabile e una retribuzione regolata dal CCNL continuano a vivere con i genitori anche dopo i 30 anni perché proprio non ce la fanno a guadagnare 1100 euro a mese e a pagare affitto, bollette e tutto il resto è ovvio che l’economia non gira e il Paese non cresce.

4. Penso che oggi più di ieri ci sia spazio per un partito di sinistra, come ho scritto altre volte ho detto partito, non movimento, gruppo, società civile, no, no, partito, nel quale naturalmente trovino spazio e iniziativa movimenti, gruppi, società civile, ecc., ma un partito vero, a due cifre, un partito del lavoro, di tutto il lavoro (dipendente, start-upper, artigiani tecnologi e tradizionali, auto impiego, popolo della partita iva, piccole imprese e imprese familiari, che rappresentano, è bene non dimenticarlo, la stragrande maggioranza dell’apparato produttivo nazionale).
Un partito che parli prima di tutto ai più giovani, un partito che non è alternativo al PD, che in un paese moderato come il nostro che il PD sia la forza principale di governo mi sembra la possibilità più auspicabile, piuttosto un partito che lo ‘costringa’ a un’alleanza a sinistra, e lo condizioni sui programmi e sulle cose da fare.
Un partito che abbia un’idea di Paese che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sai e sai fare e meno valore a ciò che hai, e che lavori e contribuisca a formare una classe dirigente in grado di sostenere questa visione.
Un partito che percorre con coerenza e pazienza questa strada e così toglie voti all’astensionismo, alla sfiducia, alla defezione, all’idea che la politica è una cosa sporca, che se paghi le tasse e lavori sei un fesso e se invece hai i soldi sei uno buono, indipendentemente da come li hai fatti, i soldi.

5. Napoli, con la sua area metropolitana, è naturalmente, per me napoletano, parte fondamentale di questo percorso.
Napoli è cultura, umanità, bellezza. Napoli è sapere e saper fare. Napoli è mare. Napoli è la sua Baia, come la racconta il mio amico Francesco Escalona, da Monte di Procida a Sorrento, Capri, Ischia e Procida comprese.
Si, proprio così, Smart Napoli Bay, un’occasione mancata, l’ennesisma, o uno straordinario esempio di Città Metropolitana Intelligente, uno  straordinario incubatore – molitplicatore di innovazione, di lavoro, di qualità, di bellezza.

6. Per me queste cose qui possono entrare da subito in un programma di governo per Napoli e la sua area metropolitana. Sì, da mò, da adesso. E la classe dirigente che si candida a Napoli deve discutere e far discutere la città metropolitana di queste cose, individuando con un percorso il più possibile partecipato le risorse, gli obiettivi, le cose che vengono prima e quelle che vengono dopo, i soggetti che hanno la responsabilità di realizzarle, i risultati attesi.
E insieme a questo la classe dirigente che si candida a Napoli deve avere il coraggio di lanciare una grande campagna di educazione alla cittadinanza, perché Napoli, tutta Napoli, molti dei suoi salotti civici compresi, è troppo abituata a essere suddita e troppo poco abituata a essere cittadina, con i diritti e soprattutto i doveri che l’esercizio della cittadinanza comporta, che non a caso abbiamo una storia così ricca di Masaniello.

* post pubblicato, in una versione in parte diversa e legata a un evento, sul mio blog su Rassegna.it

#lavorobenfatto2

A #Cip con Riccardo

Domenica 24 Agosto 2014

L’appuntamento co Riccardo è alle 7:40, il treno parte alle 8:50 ma bisogna essere in stazione per tempo, ad arrivare “in pizzo in pizzo”, all’ultimo momento, si rischia di restare in piedi e sarebbe un pessimo modo di iniziare la nostra vacanza.
Alle 7:42 sono fuori la porta di casa sua, alle 7:45 provo a chiamarlo ma il suo telefono è off, alle 7:48 comincio a bussare sfidando l’ira di Luca, il fratello maggiore, che oggi non lavora e se lo sveglio non la prenderà bene, alle 7:50 Riccardo mi apre, in pigiama.
Faccia stralunata, sguardo perplesso, farfuglia “che ci fai qui a quest’ora” e si sveglia del tutto con “mannaggia, ho sbagliato a mettere la sveglia”.
Io: okkei, niente arrabbiature, è la nostra vacanza, partiamo con l’Intercity delle 9:50.
Lui: Pà, ce la faccio, la valigia l’ho fatta ieri sera, dammi tre minuti e sono pronto.
Alle 7:54 scendiamo.  Taxi, stazione, biglietti, treno, seduti. Missione compiuta.
In attesa che il treno parta decidiamo che per tutta la nostra piccola grande vacanza non cederemo alla selfiemania. Come sempre con educazione e senza spocchia, l’hastag è #noselfie, nel senso che ogni volta che ci vorremo fare una foto, chiederemo a qualcuna/o per piacere di farcela, e in cambio, se ha tempo e se vuole, ci potrà raccontare un pezzetto di sé.
La prima è facile e fortunata, perché il treno ci mette tre ore e la ragazza seduta vicino a noi, nonostante i suoi quindici anni, ha un sacco di cose da raccontare.

Mi chiamo Alessandra I, ho qundici anni, vivo a Portici, mia madre fa la segretaria alla Federazione Italiana Medici Pediatrici e mio padre è informatico e lavora all’Alenia.
Studio ragioneria, amministrazione e finanza, ho fatto questa scelta sia perché mi piacciono il diritto e l’economia sia perché penso che una volta diplomata avrò più opportunità. E in più penso che sia una scuola che anche se non la sfrutti dal punto di vista professionale ti servirà comunque nella vita, perché conoscere economia e diritto serve nella vita. E infine c’è il discorso università, oggi come oggi sono indecisa tra giurisprudenza e psicologia, ma magari strada facendo cambio idea.
Sono una scout nautica da quando avevo 7 anni, in pratica una scout che invece di andare per sentieri di montagna va per mare, in barca a remi e a vela, che secondo me è più bello.
Noi scout nautici facciamo anche lavori di carpenteria navale e costruiamo barche in vetroresina, partendo da stampi che ci vengono forniti e fino alla messa in mare.
Ah, tra le tante cose che mi piace fare c’è anche l’animatrice, dal prossimo anno conto di cominciare a fare esperienza sul campo, durante i mesi estivi, magari con i bambini, che con loro ci sono sempre tante cose da fare, da scoprire, da imparare.

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Il treno arriva a Policastro con mezzora di ritardo, così come il mitico Giuseppe Jepis Rivello, alla fine siamo andati meglio noi in treno che lui in coda in questa soleggiata Domenica d’Agosto.
Saluti, abbracci, presentazioni, per Riccardo e Jepis è il primo link, quindici minuti e siamo a Caselle in Pittari, sì, proprio lei, Cip, come ormai la chiamano tutti dopo che l’ho raccontata in Testa, Mani e Cuore.

“[…] Io per esempio, certe sere d’inverno, dopo che la giornata è finita e Duccio mi ha sistemato sotto la tettoia ben coperta con il telone per proteggermi dal freddo e dall’umidità, me ne vado con il pensiero a Cip, un paese piccolino come me, meno di duemila abitanti, che se vai in giù in dieci minuti sei nel golfo di Policastro e se vai in su in dieci minuti sei sul Cervati, la cima più alta della Campania. […]
A Cip da sempre c’è una collina e dal tempo dei saraceni una torre che la gente del luogo, con eccessiva generosità, chiama castello. Intorno al castello si sviluppa il centro storico, collegato alla parte nuova del paese da un viale alberato dove si trovano il comune, i due bar, i negozi e la chiesa, diciamo il cuore pulsante di Cip, al punto che gli abitanti lo chiamano “la piazza” e non “il viale”.
Insomma se sei in quel posto lì non hai scampo, la tua vita pubblica ti tocca viverla tra la piazza e i bar. A meno che tu non decida di diventare un inventore di senso, che poi è il motivo per il quale Duccio e io siamo capitati da quelle parti.
A vederli così giovani non si direbbe ma sono passati già otto anni da quando Nino e Giuseppe si sono inventati la riscoperta delle tradizioni e dei mestieri antichi. E così, cercando di vivere, come dice Giuseppe, con un piede nel Cilento, l’altro nel mondo e la testa in rete, hanno provato a disegnarsi un futuro dove non è obbligatorio fuggire dalla propria terra.
Me lo vedo ogni volta Nino mentre racconta a giovani, meno giovani e a vecchietti come noi, seduti in cerchio intorno a un fuoco, quanto sia stato duro, e bello, all’inizio, pensare, organizzare, lavorare affinché da un seme di grano nascessero, come accade in natura, tante spighe e da queste altri chicchi di grano e altri semi, e altre spighe, e altri chicchi di grano e altri semi, e altre spighe, e così via, fino a quando se ne avrà fiato e forza.
Sono nate da qui l’attività di alfabetizzazione rurale per i ragazzi che non hanno dimestichezza con la terra, la gara di mietitura a mano del grano, il recupero di alcune varietà autoctone di grano con le quali a Cip i panettieri, i pizzaioli e i pastai hanno cominciato a fare il pane, le pizze e la pasta, senza dimenticare la biblioteca a cielo aperto, e il tentativo di guardare le cose che accadono con gli occhi di domani.

Prendiamo i bagagli, li appoggiamo per terra e presento a Riccardo Luciano Fiscina, che con il fratello Patrizio ha messo su il calzaturificio Patrizio Dolci. Luciano ci presenta don Tonino Palmese, che io da qualche parte devo averlo incrociato ma non sapevo che condividiamo la stessa passione per Cip.
Ci sistemiamo nel bar locanda, stanza numero 4, affaccia proprio sulla piazza, scoprirò tra qualche ora che la cosa ha effetti collaterali assai poco piacevoli, e salutiamo Jepis, che ha in programma di andare a mare con Margherita, che manca solo un mese perché diventi sua moglie.
Saliamo su, disfiamo lo zaino (io) e la valigia (Riccardo), telefonata della serie “tutto ok, siamo arrivati” che quella non manca mai, e via diretto verso … Jepis, che sta salendo le scale di corsa le scale.
Io: Che ci fai qui?
Lui: non andiamo più a mare, siete a pranzo da noi, è domenica e mamma dice che non esiste che mangiate da soli.
A casa Rivello il pranzo comincia come la volta precedente con Cinzia, della serie “professò noi non abbiamo fatto niente di speciale, cose semplici, quello che mangiamo noi mangiate voi e vostro figlio” e finisce due ore e diciassette portate dopo con Riccardo and me che siamo indecisi seper tornare in piazza conviene andare a piedi o rotolare.
Il pomeriggio se ne va tra incontri, saluti, presentazioni, una bella passeggiata di quasi due ore fino alla pineta e oltre, un paio di giri nella piazza e Riccardo che a un certo punto mi fa “pà, ma qui se ognuno che incontriamo ci offre qualcosa io tra poco scoppio”.
La sera si parla di politica, di futuro, di cultura e di altre sciocchezze con don Tonino e altri nuovi amici.
Particolarmente belle la chiacchierata su Massimo Troisi, Il Postino e poi Mariangela Melato, che quando l’ho nominata don Tonino ha ricordato che Renato Scarpa, si proprio lui, lo straordinario attore conosciuto al grande pubblico per la parte di Robertino in Ricomincio da tre, che anche lui ama Cip e ci viene spesso, sostiene che “Mariangela è stata la donna più meravigliosa che lui abbia mai conosciuto” e io non ho fatto nessuna fatica a crederlo.
Verso le 11 p.m. Riccardo mi dice “pà, io vado a letto, così domani sto a mille”, io è da un bel pezzo lunedì quando salgo a dormire, anche se dormire è una parola grossa, come vi racconterò da qui a poco.
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Lunedì 25 Agosto

Non ho chiuso occhio tutta la notte. Letteralmente, non per modo di dire, neanche un minuto uno di sonno, niente. Perché La Sosta è un bar locanda aperto praticamente 24 ore, nel senso che chiude alle 5 am e riapre alle 6 a.m., e a riempire il ricco intervallo di urla e risate ci hanno pensato dei ragazzi post discoteca che si sono piazzati proprio lì, sotto al nostro balcone.
Notte da incubo, insomma, aggravato dall’ansia per Riccardo che magari non avrebbe detto niente e però glielo avrei letto negli occhi il suo “pà, ma in che posto mi hai portato”.
Mi sono sbagliato anche stavolta, perché Riccardo è Riccardo, e alla domanda “ma tu hai dormito stanotte?” risponde “una bomba, solo il letto un po’ scomodo, ma non c’è problema, a me una volta che chiudo gli occhi non mi svegliano neanche le cannonate”. Confermo.

Tutto questo accade intorno alle 8:30 a.m. ma io sono sceso come tutte le mattine verso le 6:15, però diverso da tutte le mattine, perché ho gli occhi da fuori e sono deciso a spostarmi seduta stante da un’altra parte, sono pronto a dare un morso velenoso a chiunque provi a contrariarmi, ma non a Marta, che lei come i ragazzi che lavorano la notte e tutte/i quelle/i che lavorano qui la gentilezza sembrano avercela nel Dna, tutti sorrisi e cortesia, e così qualunque  rabbia ti passa, e pensi che forse a 59 anni è venuto il momento di mettere per la prima volta i tappi nelle orecchie, si si proprio io, quello che per venti anni ha dormito come un ghiro al piano ammezzato di un palazzo al Corso Italia, a Secondigliano, proprio sopra il garage, dalla finestra del bagno ci sei praticamente dentro, con Peppe il garagista che sposta automobili a ogni ora senza contare il rumore delle catene e il cancello che sbatte alle 2 a.m per la chiusura, alle 4 a.m. per la riapertura.

Per le 9 a.m. anche Riccardo ha fatto colazione ed è pronto per la partenza. Il programma prevede la salita a Monte San Michele, ieri sera giovani, meno giovani e aspiranti vecchi ce l’hanno descritta come una sorta di passeggiata.
Il cartello dice San Michele, 2.6 km, il segno zodiacale Vergine mi fa chiedere comunque alla signora che stendendo i panni quando ci vuole per andare su. Più o meno un’ora – risponde -, e naturalmente io ringrazio ma dieci passi più in là dico a Riccardo qualcosa tipo “mammà, che esagerazione, un’ora per fare due chilometri e mezzo, e che salgono, sulle mani?”.

Arriviamo su un’ora e quaranta minuti dopo, è vero che le mie scarpe da barca non sono proprio il massimo e che le pietre sotto le piante dei piedi mi danno i tormenti, ma per quanto mi riguarda senza l’aiuto di Riccardo per molti tratti sarei andato ancora più lento e anche la discesa, poco più di cinquanta minuti, è assai faticosa, mette a dura prova le ginocchia insieme ai piedi, ma alla fine ce la facciamo, certo che ce la facciamo, e come sempre in questi casi siamo assai contenti che ce l’abbiamo fatta.

Finito il lamento, mi resta da aggiungere che i luoghi sono molto belli, che dall’alto il panorama è incantevole, che in una delle grotte cerchiamo con scarsa fortuna di fotografare un pipistrello in volo, e che anche lassù non cediamo, io fotografo Riccardo, lui fotografa me, #noselfie.
Certo, sarebbe stato bellissimo incontrare su un pastore, un curioso, un camminatore, un mistico, per farci fotografare assieme, ma niente, va bene così.
La sera ripenserò alla gentilezza e alla premura di Riccardo, mi dico che merita un discorso a parte, aggiungo che può essere uno spunto per un bel racconto, un giorno o l’altro lo scriverò, questo ragazzo sulle principali è quanto di meglio esiste al mondo.

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Per pranzo abbiamo in programma la visita a La Pietra Azzurra, il ristorante pizzeria di Michele Croccia.
Il 30 Aprile 2014, durante La Notte del Lavoro Narrato, avevo mangiato la sua pizza e l’avevo trovata deliziosa, ho detto a Riccardo che non ce la possiamo perdere e lui mi ha risposto “pa’ e non ce la perdiamo”. In più ho ho una mezza idea di intervistarlo per #lavorobenfatto, ma dopo la camminata se non mangio sono incapace di intendere e di volere.
Arriviamo, ci sediamo, Michele non c’è, e dunque a pranzo non c’è neanche la pizza. Momento di scoramento, superato rapidamente dal sorriso di Mimma, la moglie di Michele, e dalla fame che abbiamo.
Tra i primi scegliamo le pappardelle con i funghi porcini, dopo che mi sono assicurato che non ci sia panna né besciamella, per secondo Riccardo una bistecca di maiale e io due salsicce.
Il primo è squisito, ma il maiale scassa, è delizioso, di più, meraviglioso, Riccardo mi dice sei volte “pa’, una bistecca così saporita era proprio da tanto che non la mangiavo”.
Tra le pappardelle e il maiale arriva Michele. Saluti, abbracci, un po’ di chiacchiere, poi chiedo il conto, la risposta è che per questa volta sono ospite suo, che lui mi aveva invitato anche a Luglio, durante il Camp di Grano e poi io non c’ero andato. Tutto vero, ma io insisto, metto sul tavolo la mia briscola migliore, della serie “Michele, così mi costringi a non venire più, perché se non pago, posso venire una volta, la seconda volta no”. Lui sorride, mi guarda, e mi dice “Professò, tornate stasera a mangiare la pizza, vi faccio pagare, promesso”.
Ci stringiamo la mano, come a suggellare il nostro patto, poi gli dico che che avrei una mezza idea di scrivere la sua storia, precisando che è veramente una mezza idea, perché poi dipende da quello che viene fuori, che anche se non faccio le pizze ci tengo anche io al mio lavoro, e una cosa la pubblico solo se mi convince, e se prima non la faccio non lo so se mi convince, e che perciò non si deve prendere collera nel caso io decida diversamente.
La sua risposta: “Professò, non c’è problema, comunque penso che la mia storia vi piacerà”.
Ha ragione lui, la sua storia mi piace un sacco, la pubblico il giorno dopo, se volete potete leggerla qui, penso che piacerà anche a voi.

Il resto del pomeriggio lo trascorriamo al bar, a chiacchierare, a salutare gente, che di camminare per oggi ne abbiamo abbastanza. Al terzo succo di frutta Riccardo mi fa “pa’, per fortuna che stiamo solo pochi giorni, che qui ognuno che ti saluta ti offre qualcosa, qua se non stiamo attenti diventiamo due bott, io al prossimo giro salto”, sorrido e gli dico “io ti seguo a ruota”.
Intorno alle 7 p.m. ci decidiamo a fare cento metri e ci avventuriamo verso la farmacia, ma solo perché devo comprare i tappi. Un’altra notte come la precedente non me la posso permettere.
L’amica Italia, che anche con lei prima durante il Camp e poi nel corso del Palio del Grano abbiamo deciso di superare le formalità, è come sempre gentile, e mi consiglia un paio di tappi tanto economici  quanto efficaci.

Alle 8.45 p.m. risiamo su da Michele, mangiamo due margherite squisite, pago e torniamo verso il bar locanda.
Un po’ di altre chiacchiere con gli amici di sempre – Jepis e Margherita, Antonio e Rossella, Rocco e Maria -, e con quelli nuovi, e poi  dritti a nanna.

Martedì 26 Agosto 2014

Della serie gli acciacchi del giorno dopo a Riccardo fanno male le ginocchia e a me tutto, in compenso però stanotte ho dormito, un po’ per merito dei tappi, un po’ perché ero distrutto e un po’ perché il casino sotto, al bar, è stato molto meno intenso della notte precedente.
Seduti sulla panchina di fronte al Comune – il temporale della settimana precedente ha creato problemi alla wireless della locanda e da qui possiamo collegarci alla rete pubblica -, decidiamo con Riccardo che oggi la farà da padrone l’ozio. Sto per aggiungere che ho pensato di andare a fare la barba da Mario Greco, barbiere e musicista, suona il corno nella banda del paese, e che mi farebbe piacere farglielo conoscere, quando lo vedo arrivare, diretto a passo sostenuto verso il centro storico. Ci vede, ci saluta, naturalmente ricambiamo, gli chiedo a che ora possa andare a farmi la barba.
Lui: Datemi solo una ventina di minuti, vado a fare una barba a domicilio e torno.
Io: Nessun problema Mario, noi siamo qui in vacanza e tu stai lavorando, dunque fai con calma, al ritorno qui ci trovi.
Ripassa che non sono passati neanche cinque minuti, ci dice che la barba a domicilio è stata posticipata e ci chiede di seguirlo. Riccardo mi dice sottovoce “ma non è che ha rimandato per non farti aspettare?”, rispondo che non lo so, che credo di no, che comunque io sono stato chiaro sul fatto che non avevo problemi ad aspettare.

Il Salone di Mario è particolarmente accogliente, la partitura da Il Barbiere di Siviglia sul muro in alto, i due corni – uno da esposizione, l’altro da combattimento -, bene in vista, l’ouverture di Rossini che si effonde nell’aria, quando mi siedo sulla poltrona sono già una persona felice.
Mario mi riscalda il viso con un panno bianco, poi ci passa una crema “piano pianissimo”, per me intorno “tutto è silenzio”, persino la voce del bimbo che accompagna il papà mi sembra musica.
Mentre mi insapona il mio amico mi chiede se di solito mi faccio fare anche il contropelo, quando gli dico che a 59 anni è la prima volta che mi faccio la barba dal barbiere, che la cosa mi impressiona un poco, che però sono partito da casa con questa idea di farmela fare da lui e così non mi sono portato neanche l’occorrente per fare da solo, il viso gli si illumina come il cielo quando è terso e la luna è piena.
E’ un onore – mi dice -, ma con naturalezza, senza affettazione.
L’onore resta mio – rispondo -, mentre dallo stereo il coro sembra voglia farci il verso.
“Mille grazie mio signore | del favore dell’onore | Ah, di tanta cortesia obbligati in verità. | (Oh, che incontro fortunato! | E’ un signor di qualità.)”.
“Ah, bravo Figaro!, bravo, bravissimo; a te fortuna non mancherà”.
La lama del rasoio scorre gentile e rapida sul viso, io mi rilasso sempre più, quando Mario mi sciacqua la faccia capisco che ha finito. Lo vedo di sbieco che prende un nuovo asciugamano dal cassetto e mentre l’asciuga mi sussurra “prof., non ammetto repliche, per questa volta siete mio ospite, per me è stato veramente un piacere”.
Riccardo non può aver sentito, ma capisce dal gesto della mia testa che ci risiamo, sorride divertito, io provo a protestare, dico a Mario che il lavoro è lavoro, che non esiste che io non debba pagare, che … lui mi stringe la mano, mi ripete che per questa volta è così, mi chiede se possiamo farci una foto, lo abbraccio, facciamo la foto, dopo ne fa lui una a me e a Riccardo, lo ringrazio ancora di cuore, usciamo.
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“Pà, e qua ci puoi venire a vivere, nessuno ti fa pagare niente, ti vogliono bene tutti”.
“Riccardo, non sfottere, e comunque è vero che mi vogliono bene, però pure io voglio  bene a loro, questo posto mi è entrato nell’anima, pensa che quando ci sono venuto con Cinzia per La Notte del Lavoro Narrato quando siamo ripartiti mi sentivo come uno che sta andando via da casa e non come uno che ci sta ritornando. Questa di Cip è una comunità generosa, ospitale, che crede nel lavoro, che rispetta l’amicizia. Naturalmente non ti sto dicendo che se li prendi uno a uno sono tutti tutti così, sto dicendo che per me questi sono i caratteri salienti di questa comunità.”
“Si, credo che tu abbia ragione, e comunque questo posto piace molto anche a me”.

Parlando parlando siamo a InOutLab, lo spazio di coworking di Jepis e Antonio Torre, e da lì facciamo un salto al bar pasticceria di fianco, la seconda colazione abbiamo deciso di farla lì perché ha tutte cose buone e belle tranne il nome, Sweet Point, che forse risente del passato militare del pasticciere, spesso in missione all’estero, che una volta o l’altra ve la racconto la sua storia dalle missioni di pace alla pace di creme, dolci e cioccolata.
Caffè e succhi di frutta, che a Riccardo il caffè non piace – ebbene sì, nessuno è perfetto – e ritorno verso InOutLab dove armati di mac, iphone 3 ormai superatissimo ma sempre iPhone, iPad et cevesa et cevesa, c’è un mondo social che ci aspetta, e se non possiamo camminare con le gambe almeno navighiamo con la rete.

Intorno a mezzogiorno arriva Antonio Pellegrino e ci dice che per pranzo Riccardo, Jepis, Antonio and me stiamo da lui e Stella. La premessa è sempre la stessa: “una cosa veloce, cose cucinate al momento, ho avvisato Stella mezzora fa”. La realtà è sempre la stessa: pranzo stupendo, antipasto, primo, secondo, contorno, frutta e dolce, e poi tanti racconti di strada, di vita e di scienza, un presente pieno pieno di passato e di futuro, e ancora tanti progetti, che Cip è una comunità tutta da raccontare, e con l’aiuto di Antonio e Margherita ci riusciremo, ma di questo poi un giorno vi racconterò a parte, che questo qui siamo circa a metà e più che un post sembra un romanzo.
Pranzo meraviglioso insomma, se proprio devo mettere un segno meno a qualcosa lo metto al telefonino di Jepis, che quello non sta zitto un minuto, che poi lui si dispiace veramente anche se in realtà la cosa funziona così solo per diciotto ore al giorno.

Usciti da casa Pellegrino Salomone ci dirigiamo verso InOutLab per recuperare l’auto di Jepis. Il programma prevede la visita alla Fiscina Farm, che come vi ho ho detto è ormai nota in Italia e nel mondo come calzaturificio Patrizio Dolci.
Entriamo, neanche abbiamo salutato Patrizio Fiscina, anima e motore produttivo dell’azienda, che arriva Margherita, è lei che ha il compito di raccontare a me e a Riccardo come si fa una scarpa.
La competenza, la semplicità e la gentilezza con cui Margherita ci spiega il ciclo produttivo dell’azienda è semplicemente affascinante, facciamo a gara a non perderci niente, in particolare Riccardo, che io ogni tanto butto l’occhio qua e là, e penso che comprerei volentieri un paio di scarpe, ma tanto per cambiare l’ultima volta me le hanno regalate, come potete leggere qui, e dato che non mi ricordo se ho fatto il patto preferisco desistere.
Finito il giro nei reparti saliamo su, dove ci aspetta Luciano Fiscina, anima e motore commerciale della Patrizio Dolci. Luciano ci racconta di coinvolgimento e partecipazione, dell’importanza che nessuno si senta escluso, dell’interruzione per il pasto sfalsata (un’ora per chi viene da fuori Cip, prevalentemente manodopera maschile, e mangia nella mensa, due ore per chi è di Cip, prevalentemente manodopera femminile, che così c’è il tempo di andare a casa, di preparare qualcosa, di gestire il ritorno dei figli da scuola), della volta che hanno affittato un pullman e sono andati tutti assieme alla Fiera di Milano, “perché è importante che chi lavora si renda conto con quanti concorrenti ci si confronta, di come è importante che le scarpe che fai tu siano più belle e più convenienti di quelle che fanno gli altri, che sono tantissimi, e vengono da ogni parte del mondo”.
Va bene, lo so che prima ho detto di no, ma una piccola cosa di quello che sto meditando da tempo ve la voglio anticipare: l’idea è di dedicare una riflessione al modello di sviluppo MadeInCip, e di “usare” la Patrizio Dolci come Case History, ho chiesto ad Antonio Pellegrino, Luciano e Margherita Fiscina di darmi una mano, sento che questa è la volta buona, alla fine aveva ragione mio padre “cu ‘o tiempo e cu ‘a paglia s’ammaturano ‘e nespole”.

Usciamo dalla Patrizio Dolci, facciamo un rapido passaggio per la bottega del fabbro Giuseppe Pisano, zio di Jepis di parte materna, c’era anche lui Domenica al pranzo in casa Rivello, che ci racconta un po’ del suo lavoro e un po’ delle fatiche burocratiche che ti aspettano persino quando vuoi fare  delle cose per migliorarla, e ampliarla, la tua attività, dopo di che ci dirigiamo dall’artigiano Mastro Domenico, zio questa volta di parte paterna, che crea e realizza sandali, da lui ci ero stato con Alessio come potete vedere qui, ma devo dire che a distanza di due anni ho trovato tante nuove idee, e creatività, e voglia di coinvolgere i giovani “perché poi sa, alla fine solo loro il futuro, è anche per loro che ha senso fare tutto questo”.
A volte le persone non mi credono quando dico che è questione di tempo, ma alla fine il lavoro, la serietà, la bellezza, alla fine portano sempre risultati, eppure sentite cosa mi ha detto Cinzia quando le ho raccontato delle nuove collezioni di scarpe e di sandali: “Vincenzo, d
ue anni fa, quando tornammo da Cip, eravamo noi a parlare agli amici di questa bellissima realtà, non sempre con un successo pari al nostro entusiasmo. Quest’anno mia sorella Paola prima, e la mia amica Daniela poi, che appena si conoscono tra loro, mi hanno chiesto “ma non eravate voi che ci avete parlato delle scarpe e dei sandali di Cip?, perché non ci andiamo?”, e io: “guarda che ci vogliono due ore di auto da Napoli”, e loro: “e che fa, me ne hanno parlato delle mie amiche”, “ne ha parlato il TG3”, “le ho viste in un negozio e sono davvero molto belle”.

Il resto del pomeriggio sera lo passiamo a casa base, il bar locanda “La Sosta”, ottant’anni portati quasi bene, che un po’ di cose da sistemare qua e là ci sono, ma i lavori sono già programmati.
E’ Vincenzo Fiscina, uno dei titolari, a raccontarmi che fino a quando non è stata aperta la superstrada, fine anni 70 inizio 80, questo è stato un punto di snodo decisivo, “bisognava passare per forza di qua, si per andare al mare che per andare su, verso il Vallo Di Diano”.
Mi dice che i suoi bisnonni avevano la licenza per il servizio di trasporto, che si chiama da sempre La Sosta perché la gente ci si fermava sia per mangiare che per dormire, che un tempo dentro c’era una mangiatoia per gli asini, che quando c’erano le fiere arrivavano con molti animali e si dormiva sui sacchi, che ancora oggi durante le fiere si fa il panino con il soffritto.
“Sai, qui il soffritto è considerato da sempre un piatto prelibato, fa parte della nostra storia, della nostra tradizione, ricordo che mia madre cucinava pentoloni enormi di soffritto”.
Anche la scelta di tenere aperto il locale tutta la notte viene da lontano, e continua ancora oggi perché certo è un lavoro, ma è anche la vita che gli piace, il contatto con i giovani, la voglia di essere per loro un punto di riferimento, l’organizzazione di eventi in estate.
“Sai, quest’anno con gli Almamegretta abbiamo fatto 1330 persone, e l’anno prossimo magari facciamo Estate a #Cip, e d’inverno il piano bar, insomma si ci saranno molti cambiamenti, quello che non cambierà mai è l’aria di famiglia, il modo di stare assieme, che qui quando ti siedi al tavolo nessuno ti assilla perché devi consumare”.

Confermo. A La Sosta funziona in maniera assai diversa dalla canzone di Giorgio Gaber, lì “che noia la sera, che noia la sera qui al bar”, qui pieno di gente bella, vera, che anche a #Cip non mancano certo i problemi, le ombre, le contraddizioni, che non è mica il Paese della Cuccagna, però come ho detto a Riccardo te ne accorgi che  che qui si vive di lavoro, e l’amicizia è un valore vero.

A proposito di amici, ve ne racconto uno per tutti, un nuovo amico, nuovo nel senso che non fa parte della band storica di InOutLab,  ci siamo conosciuti davvero durante il Camp e soprattutto il Palio di Grano 2014, che lui guida il Rione Taverna e lo fa in una maniera mirabile, davvero straordinaria.
Si chiama Dino Salamone, lavora alla Iren Energia, è un bravissimo cuoco e uno straordinario organizzatore, un uomo che come tutti gli uomini veri la vita a volte gli dice bene e altre volte no, eppure lui ti accoglie sempre con il sorriso.
E’ appassionato di ballo latino americano, è stato Assessore allo Sport di #Cip, ma la cosa a cui tiene di più in ambito sportivo è il settore giovanile che ha messo su a partire dal 1993, perché “sai ho aiutato tanti ragazzi a diventare uomini, certo nello sport ma soprattutto nella vita. E’ stato allenatore della juniores del Sapri calcio e  responsabile del settore giovanile del Casal Velino, ha ricevuto in premio una bellissima targa dal Comune di Monte San Giacomo, dove portava in ritiro le sue squadre, per i valori che trasmetteva ai ragazzi e per il modo in cui riusciva a fare dello sport una scuola di vita.
Si, è fatto proprio così Dino, un cuore allegro e grande, sempre dalla parte dei più deboli, la capacità di tenere assieme persone di ogni età, di far venire fuori da ciascuno il meglio, di cogliere in ogni situazione il lato positivo, come quando durante il Palio che tutti si affannano per vincerlo e lui invece conduce la sua squadra verso l’ultimo posto, abbastanza lontani anche dal settimo, che alla fine quello è l’unico modo per conquistare la ribalta, che quando tutti hanno finito gli occhi del pubblico sono tutti per te, l’anno prossimo venite a vederlo mentre detta il tempo e predica calma, e ricorda di fare bene le cose, che non è mica un caso che i premi per la mietitura fatta nel modo migliore e per il miglior accatastamento del grano siano andati proprio alla sua contrada.

Mercoledì 27 Agosto

Notte tranquilla, Riccardo che continua a essere il protagonista della serie “Suonate pure le vostre trombe che tanto io una volta addormentato sono sordo come una campana” e io con i miei tappi a intermittenza, che sì, un poco mi danno fastidio e dalle 4.00 alle 6.00 a.m. riesco persino a fare senza.
Oggi la mattinata abbiamo deciso di passarla al mare, Jepis ci porta giù e poi ci verrà a riprendere, ci vogliono davvero 10 minuti per Policastro, che di certo Palinuro è più bella ma ce ne vogliono 45 di minuti, con quelli del ritorno 90, dunque semplicemente non esiste.
Scesi dall’auto facciamo per dirigerci alla spiaggia libera, prima però mi guardo intorno, vedo sabbia e sassi e penso che noi abbiamo soltanto un asciugamani.
Io: Riccà, andiamo al Lido qui di fianco, cosa costerà mai, mi sembra più una spiaggia attrezzata che un lido.
Riccardo:  pà, come vuoi, per me va bene tutto.
Sì, questo ragazzo qua ha bellissimo carattere, mai che crei un problema, mai che si lamenti, tu dici “come va?” e lui risponde “una bomba”, tu dici “facciamo così” e lui risponde “non c’è problema”.
Naturalmente tutto questo accade se sta rilassato e in vacanza, che se invece sta studiando non gli puoi parlare, se ha finito di giocare a pallavolo peggio che andar di notte, quando gli devi dire qualcosa nove su dieci sta sintonizzato su “Pà fai presto che non ho tempo devo fare questo e pure quest’altro”, e poi non è che lo puoi tanto contraddire, che lui già quando aveva 14 anni era grande, nel senso che “faceva l’omm”, “si atteggiava”, in certi momenti per farlo ragionare o lo dovevi minacciare o lo dovevi mandare a quel paese, meglio la seconda, perché poi lui ci pensava su e cambiava atteggiamento.
Sì, insieme al fatto che di suo è un cuor contento, un’altra sua bella caratteristica è che ci pensa su, anche quando ci litighi lui poi ci pensa su, e poi ci arriva da solo, e cresce, non solo fisicamente, ma con la testa, e poi è affidabile, come del resto il fratello, nel senso che se dice che una cosa la fa si organizza e la fa, magari con i suoi accorgimenti e il suo metodo, ma la fa, e la fa bene, puoi star sicuro.
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Al lido spiaggia attrezzata l’ombrellone e due lettini 8 euro, una pacchia, ci sistemiamo, ci mettiamo a raccogliere un po’ di pietruzze, ci facciamo il bagno, ritorniamo a caccia di pietruzze, alcune le fotografiamo, ci facciamo fotografare, la mezza giornata vola via che è un piacere.
Jepis arriva alla 1:20 p.m. alla 1:35 p.m. siamo su, chiamiamo Antonio Torre e ci dirigiamo verso l’Osteria Tancredi, è il nostro ultimo giorno qui, l’indomani mattina partiremo presto, approfittiamo di un passaggio con Luciano Fiscina che ha un impegno di lavoro a Napoli, e io ho deciso che non me ne vado una mangiata di maiale alla brace di quelle serie.
Ad accoglierci troviamo Angelo, che ci fa sedere a un tavolo con un bellissimo panorama, e poi ci porta tante verdure fatte in tanti modi strepitosi e tanto maiale, costate, salsicce e poca pancetta, della serie “perché qui le cose finiscono, noi usiamo solo prodotti nostri, chilometro zero, e a un certo punto finiscono, dovete tornare da Natale in poi, che in quel periodo  problemi non ce ne stanno”.
Fosse stata viva mamma, avrebbe detto che ci siamo fatti come l’acciaiomo, che ci ho messo una vita e un po’ per capire che è la traslitterazione dall’italiano al casertano-contadino-zoneinterne di Ecce Homo, che lei di norma lo utilizzava nel modo letterale di “guardate che se non fate quello che dovete fare la punizione sarà molto severa”, ma al quale ogni tanto dava anche questo significato figurato, di persone che perdevano i loro connotati originari perché mangiavano o bevevano troppo, che poi anche rispetto alla sua concezione del “troppo” ci sarebbe da discutere ma ne parliamo un’altra volta.

Dopo pranzo ancora un tuffo a InOutLab, che alla serie “vediamo che si dice sui social network” non ci rinunciamo, poi Riccardo va un po’ a riposare e io ritorno al mio posto di analcolica socializzazione in attesa del grande appuntamento serale, Atletico Bilbao – Napoli.
Intorno alle 8.20 p.m. Dino mi guarda e mi dice “Professò, ti devo salutare, io la partita la devo vedere da solo, a casa, per me è una grandissima sofferenza, non ce la faccio a seguirla qui al bar”.
Sorrido, gli stringo forte la mano, lo capisco, nei miei 51 anni di tifo quello vero ho fatto cose da pazzi.
Domeniche trascorse con amuleti e portafortuna di ogni tipo, compreso il teschio a cui accarezzare la testa, quel 5 Maggio che chi se lo scorda più ma mica per Manzoni e Napoleone, per la Juve che all’ultima giornata fa il sorpasso e strappa lo scudetto alla mia Inter. Sì, quella domenica lì io me la sono passata con una radiolina in mano a camminare da solo come un matto per la città e quando sono tornato a casa e Luca, che al tempo aveva 19 anni e simpatizzava per la Juve, mi viene vicino e mi dice, sincero, “papà mi dispiace”, a momenti me lo mangio, ma non così per dire, overamente.
E’ stato con l’arrivo di San José, sì, proprio lui, Mourinho, che ho trovato pace. Per la verità erano già un po’ di anni che non mi prendeva più come prima, super tifoso sì ma fanatico non lo sono mai stato, soprattutto non ho mai perso di vista il significato della parola “sport” e non ho mai fatto finta di non vedere la distanza sempre maggiore tra “sport” e “calcio”.
Con il triplete il tifoso che è in me si è definitivamente placato, ho cominciato a guardare con simpatia al Napoli, anche per complicità con Riccardo, fermo restando che uno spazietto nel mio cuore per l’Inter c’è sempre, ma insomma oggi con allegria e distacco tifo per il Napoli, la squadra della mia città, che almeno se vince posso andare anche io per strada a fare un poco di ammuina.

Com’è andata a finire la partita lo sappiamo tutti, 3 -1 per l’Atletico Bilbao dopo che il Napoli era passato in vantaggio, dovevate vedere gli occhi di Dino quando è tornato, che il tifoso vero lo distingui da queste cose qui, che non è che ti vedi la partita e se perdi dici vabbé, abbiamo perso, che ci vuoi fare.
Mentre si susseguono i commenti, compresi quelli finti dispiaciuti di romanisti e juventini – anche questo ci sta, fa parte del gioco quello bello, e ci sta ancora di più se i soldi che doveva avere il Napoli verranno ripartiti tra Juve e Roma -, arrivano Jepis e Margherita.
Ancora un poco di chiacchiere e arriva l’ora dei saluti, con Antonio, con Rocco, con Rossella, con i tantissimi amici e amiche vecchi e nuovi. Dato che non ha fatto niente per noi in questi quattro giorni (si capisce l’ironia, eh, si capisce?) Jepis ci ha portato della sopressata e de formaggio da portare a casa, che qualche giorno dopo mi vedo arrivare Riccardo che mi fa “pà, la soppressata e il formaggio di Jepis sono una bomba”, ma io questo lo sapevo già.

Con Jepis e Margherita i saluti sono speciali. Quando tornerò, penso a fine Ottobre, loro saranno marito e moglie, si sposano il 27 Settembre, e loro sono speciali per molte ragioni, comprese le parole con le quali mi hanno risposto quando ho detto che io e Cinzia non ci saremmo andati al matrimonio, che Cinzia ci sarebbe venuta volentieri ma io sono allergico a battesimi, comunioni e matrimoni, e che però se loro si dispiacevano o anche i lori genitori si fossero dispiaciuti avrei cambiato idea, perché sono persone meravigliose e non voglio che si dispiacciano per colpa mia. E’ stato allora che Jepis, che lui e Margherita a Luglio, quando mi avevano dato l’invito, mi avevano detto “Vincé, tu e Cinzia siete le prime due persone ad essere invitate, mi raccomando, non fate scherzi”, mi ha guardato negli occhi, mi ha sorriso e mi ha detto “Vincé, devi stare tranquillo, non si  piglia collera nessuno”.

Ecco, siamo arrivati davvero al momento dei saluti, mani strette forti e baci sulle guance, ma Riccardo no, lui chiede a Jepis e a Margherita se li può abbracciare, che lui ha bisogno di stringerli forte, non si trova con questa cosa della stretta di mano e dei baci sulle guance. Gli occhi di Giuseppe sono una poesia, si abbracciano, e poi è il turno di Margherita, forza che ci rivediamo presto, alla prossima.
jem

Giovedì 28 Agosto

La sveglia è alle 5.55 a.m., scendiamo giù, facciamo colazione, risaliamo su, riscendiamo Riccardo per le 7 a.m. io una ventina di minuti prima.
Salutiamo Marta, che c’è sempre lei la mattina e ieri ho avuto il piacere di capire meglio quanto impegno mette nelle cose che fa e quanti bei progetti ha per la testa.
Esco fuori e trovo Jepis. Lo guardo, sorrido, mi dice “devo abbracciare un’altra volta Riccardo, l’abbraccio di ieri non mi è bastato”. Della serie cose che accadono a #Cip.
Qualche minuto ancora e arriva Luciano, il viaggio è piacevolissimo, discutiamo di futuro, dell’azienda, di #Cip, dell’Italia, ma di questo vi racconto davvero la prossima volta, altrimenti non la finiamo più.

PS
La foto di Jepis e Margherita l’ho “rubata”, una più estiva non l’ho trovata, ma questo post doveva concludersi con la loro foto, perciò accontentatevi, che poi i loro sorrisi sono belli e quando rileggerete il post tra un mese vi sembreranno gli unici intonati.

PPS
Riccardo ha fatto un sacco di foto, ancora un pò di tempo, e le pubblico tutte da qualche parte.

Zio Peppino

[…] Luca prima di salire si è fermato alla reception e arriva con un pò di notizie sulla partenza delle valigie: verranno a prenderle tra le 6 e le 9 p.m.. Andiamo come sempre a pranzo dalle ragazze ma come immaginavo non riesco a rilassarmi. Al ritorno recupero il budge in camera e facciamo un giro tra i ciliegi in fiore del Riken. Alle 4 p.m. siamo di nuovo alla 301. Ci alterniamo al Mac fino alle 8 p.m., quando finalmente gli addetti ritirano le valigie. Ragazze again.

Stavolta trascorriamo un’ora deliziosa. Torta, cappuccino e chiacchere. Con me che quando sono contento non la finirei mai di raccontare storie di famiglia. Luca un po’ si diverte e un po’ fa la faccia modello “pà, questa già l’hai raccontata 1387 volte” quando comincio a parlare di zio Peppino, fratello di mamma, operaio alla Richard e Ginori, naturalmente comunista, grande appassionato di musica lirica, di parole crociate e di Totò. Sia chiaro. Quando dico grande appassionato voglio dire grande appassionato. Nel senso che alla terza nota era in grado di dirti di quale opera si trattava, chi aveva scritto il libretto, in che anno era stata musicata, dove era stata rappresentata la prima volta, quali erano stati gli interpreti maggiori; nel senso che partecipava e non di rado vinceva ai concorsi de La Settimana Enigmistica; nel senso che poteva ripetere pressocché a memoria le scene principali di tutti i film di Totò. Roba da Lascia o Raddoppia, per intenderci.

Lo zio Peppino non si era mai sposato e già questa, in famiglie come la nostra, in anni nei quali “essersi sistemato” equivaleva a dire aver trovato un lavoro e aver messo su una famiglia, era una stranezza. Ma la cosa ancora più strana era che proprio lui, il comunista eccetera eccetera, si era arruolato volontario. Come gli era venuto in mente? Cosa c’entrava lui con la guerra d’Etiopia? Io e i miei fratelli a zio Peppino abbiamo voluto come si dice un bene dell’anima, ma la confidenza per domandargli perché, quella no, non l’abbiamo mai avuta. Così quando zio Peppino approda al Pantheon degli uomini semplici la domanda se ne va con lui. Almeno così ho pensato per circa 20 anni. Fino a che una mia vecchia cugina, non ricordo se in occasione di un battesimo, un matrimonio o un funerale, non dice che le sorelle di casa Picano, 6 in tutto, proprio come quelle della gatta Cenerentola, si sono potute sposare solo grazie a zio Peppino.

In che senso? – le chiedo. Nel senso che i nostri nonni erano talmente poveri che le figlie, nonostante fossero tra le più belle del paese, non avendo nulla che potesse anche lontanamente assomigliare a un corredo o a una dote, non si maritavano. Fu così che zio Peppino partì per l’Africa e con i soldi guadagnati fece il corredo alle 6 sorelle.

Ora non sosterrò che Luca si è commosso, lui che quando gli ho detto che se mi succede qualcosa gli toccherà prendersi cura di me mi ha risposto “già il verbo è sbagliato, quello giusto non è curare, ma terminare”, ma sono certo che la storia gli è piaciuta. In fondo fa lo sprucido per darsi un tono. Anche se in effetti la cosa gli riesce molto bene. […]  
Enakapata
Storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo

nunzia31

Recupero a volte etnografico e sempre affettuoso delle foto di famiglia a cura di Nunzia Moretti

La pasta al forno di Nunzia

L’ultima volta era stato nel 1968, sì, proprio lui, l’anno cominciato con la primavera di Praga, quello del maggio francese, l’anno dell’arresto di Jimi Hendrix a Stoccolma, quello dell’omicidio di Martin Luther King e di Robert Kennedy, l’anno dell’eccidio di Avola, degli studenti che lanciano uova e ortaggi all’apertura de La Scala a Milano, dell’occupazione del Liceo Mamiani a Roma e di tanto altro ancora.
Accadde a Luglio, al Lido Luise di Castelvolturno, dove il mitico don Raffaele Parola, operaio Italisider e papà di Tonino, uno dei miei amici del cuore al tempo di Secondigliano, ci portava a fare il bagno con la mitica Fiat 850 familiare e all’ora di pranzo tutti a mangiare sotto l’ombrellone le cose buone che aveva preparato la signora Carmilina.
La faccenda mi era tornata in mente un paio di domeniche fa, mentre in spiaggia mangiavo un po’ sconsolato il 147esimo panino dell’anno. E’ stato allora che mia sorella Nunzia mi ha detto “Viciè, la prossima volta che vieni, facciamo la pasta al forno e ce la mangiamo qui, sulla spiaggia, promesso”.
Ora, modestamente a parte, come avrebbe detto nostro padre Pasquale, dovete sapere che se per un Moretti una promessa è un impegno, e in quanto tale va onorato, per mia sorella Nunzia una promessa è un imperativo categorico, nel senso di Kant e nel senso che non puoi accampare scuse, non conta se nel frattempo sei stato malato, ti ha fatto male il callo del piede destro, Banderas ti ha rubato la gallina e sei rimasto senza le uova da fare soda, il macellaio è scappato con la modella svedese in Brasile e ti manca la carne macinata per fare le polpette, e così alle 1.50 p.m. di Venerdì 15 Agosto 2014 sul lido Hawaii Beach di Baia Domizia, un tempo regno della reginetta Patrizia, è comparso lui, Sua Altezza reale ‘O ruoto ‘o furno.
pastaalfornoOra non mi chiamate dispettoso, perché non vi dirò come è finita, un po’ perché è facile immaginarlo e un po’ perché mi vergogno, dato che sul più bello del piacevole e allegro banchetto, quando ogni donna e uomo di buona volontà aveva già deposto le armi, è venuto fuori il guerriero di Secondigliano che è in me e così dopo aver rubato due polpette a volo a volo dal piatto di mio nipote senza che lui se ne accorgesse, e vi assicuro che ci vuole tanta destrezza per riuscirci, mi sono tuffato sul bis come Klaus Dibiasi dalla piattaforma dei 10 metri a Città del Messico quando conquistò la medaglia d’oro alle Olimpiadi.
E visto che ci siamo non vi dico neanche come erano buoni la macedonia di cocomero, prugne e pesca, e il gelato, e il torrone la sera a casa sua, vi dico solo che ho una sorella stupenda che ieri mi ha regalato una giornata meravigliosa. Perché sì, lei ti sgrida, ti cazzea, a volte ti subbissa tanto è irruente, però continua a essere una “ciaciona”, una donna con un cuore grande come ce ne sono pochi al mondo, e questa volta non c’entra la pasta al forno, c’entra l’amore che ha per le persone che ama, c’entra il fatto che su di lei  puoi contare a prescindere, c’entra il coraggio con cui affronta le cose della vita, c’entra l’impegno che mette in tutto quello che fa.
Grazie Nunzia, ti voglio bene un sacco, questo piccolo post è dedicato tutto a te, che sei una parte assai preziosa di questo miscuglio di cose bellissime, complicate, incomprensibili, insopportabili, che è la mia vita.
Un bacione affettuoso.
Il tuo amato fratello vincenzo
ps.
la prossima volta che vengo che ne dici di una bella genovese?

nunzia1

#lavorobenfatto #index

west42“A finale” la mia idea è molto semplice, bisogna che tutti assieme costruiamo una nuova epica, un nuovo modo di raccontare noi stessi e il nostro Paese, a partire dal valore del lavoro, dalla passione per il #lavorobenfatto, dalla voglia di fare bene le cose perché è così che si fa. La mia idea non vive e non cresce nel vuoto, vive e cresce in un mondo nel quale siamo impegnati ogni giorno a cercare di ridurre la sofferenza socialmente evitabile, a cercare di assicurare più diritti e opportunità alle donne e agli uomini di ogni età che popolano questa nostra bella Terra, a cercare di rendere migliori – nel senso di più vicini e rispondenti alle esigenze delle persone -, scuole, ospedali e quant’altro. La mia idea non vive e non cresce nell’attesa, nel senso che non aspetta che tutto questo si compia, mi chiede al contrario qui e ora di dare il massimo per fare bene quello che devo fare. Sì, qui e ora, mentre mi batto sul piano sociale per i miei diritti, per i diritti di quelli come me e per i diritti di quelli diversi da me, la mia idea mi dice che se faccio il prof. devo fare bene il prof., e pure se faccio l’infermiere, o l’operaio, o l’architetto, o il maker, o il cuoco, o l’artigiano. E’ per questo che racconto storie di #lavorobenfatto, è un pezzo del mio lavoro e della mia passione e cerco di farlo al meglio che posso. Ora non guardatele adesso, queste storie, pensate a quando saranno mille, diecimila, e per questo leggetele, diffondetele, segnalatemi nuove storie da raccontare, e soprattutto scrivetele, che abbiamo bisogno di dieci, cento, mille Omero per scrivere la nuova epica, per affermare il nuovo approccio, per diffondere la nuova cultura, per cambiare l’Italia. Buona partecipazione.

http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/08/13/demeo/
http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/31/west4/
http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/28/ruggiero/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/23/avagliano/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/23/cip/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/14/sapio/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/10/santagata/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/08/collino/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/07/leliomorra/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/07/03/bellezza/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/06/30/punzo/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/06/25/non-ce-proporzione/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/06/19/parliamone/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/06/17/cdg2014/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/06/15/bevilacqua/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/06/14/tinganelli/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/06/06/eroi/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/05/29/autonomiaelavoro/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/05/27/confiscatibene/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/05/22/pepicelli/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/05/19/ela/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/05/15/startup/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/05/04/glielmo/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/04/09/carninci/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/04/07/officina/ http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2014/03/25/lavorobenfatto/

#lavorobenfatto

Sono le cose che più o meno ho raccontato ieri, domenica 8 Giugno, nel corso di Rnext Napoli, la Repubblica degli innovatori, con tanti amici e l’eccellente regia di Riccardo Luna e Giampaolo Colletti.
Lo ripropongo qui senza l’indispensabile assillo dei 5 minuti, come spunto per una riflessione più meditata e collettiva. Le cose che abbiamo in mente di fare assieme sono belle e impegnative, e discutere ci fa solo bene. Buona lettura. E soprattutto non fatemi mancare i vostri commenti.

Ma voi l’avete letto La luna e i falò di Cesare Pavese? Se la risposta è no fatelo, se invece è si sintonizzatevi su Nuto che dice ad Anguilla che “L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa, ma da come lo fa.
Ecco, la mia storia di innovazione comincia da qui, dal come fare le cose, dall’urgenza di farle bene, dall’idea che il cambiamento prima ancora che una questione di tecnologia sia una questione di cultura, di approccio, di modo di pensare e di fare il proprio lavoro, qualunque esso sia.
Perché se lo fai bene, qualunque lavoro ha senso.

Sei uno studente che studia e ha la testa al proprio posto, cioè sul collo? Lavoro ben fatto!
Cucini bene la pasta e fagioli? Lavoro ben fatto!
Sei un architetto e hai progettato una soluzione smart per il borgo antico in cui vivi? Lavoro ben fatto!
Fai il postino, la scienziata, il muratore, la maestra, l’ingegnere, la sarta, l’ebanista, il maker, e metti testa, mani e cuore in quello che fai? Lavoro ben fatto!

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Per quanto mi riguarda è cominciato che avevo dieci anni grazie a mio padre, operaio elettrico con la licenza di quinta elementare, che mi spiegò la distinzione tra «il lavoro preso di faccia», quello fatto con impegno, rigore, passione, e «il lavoro fatto ‘a meglio ‘a meglio», quello che invece no.
Dite che papà era un tipo strano? E allora non avete letto di Steve Jobs che mentre accarezza le assi della staccionata della casa paterna dice a Walter Isaacson che “suo padre gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante costruire bene la parte posteriore di armadi e steccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva. Gli piaceva fare le cose bene. Si premurava di fare bene anche le parti che non erano visibili a nessuno».

Eccolo lì il senso, nella voglia di fare bene le cose a prescindere, nella consapevolezza che alla fine non conta quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei, quello che conta, quando fai una cosa, è farla come se in quella cosa dovessi essere il numero uno al mondo. Poi puoi arrivare pure penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore.

E’ per questo che con Alessio Strazzullo, Cinzia Massa, Gennaro Cibelli, Sabato Aliberti, Colomba Punzo e tanta altra bella gente raccontiamo l’Italia dal cuore artigiano, quella che pensa che ciò che va quasi bene non va bene, quella che considera il lavoro non solo un mezzo ma anche un valore.

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Ho detto racconto? Si, l’ho detto. E aggiungo che raccontando storie ci prendiamo cura di noi, attiviamo processi di innovazione, incrementiamo il valore sociale delle organizzazioni, delle comunità e delle reti con cui interagiamo.

E’ per questo che raccontiamo l’Italia che pensa lavoro, dunque sono, valgo, merito rispetto, considerazione, quella che con le cose che sa e le cose che fa sposta l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore di ciò che hai al valore di ciò che sai, e sai fare.

La nostra è l’Italia delle persone normali, un’Italia che c’è, esiste, è tanta, è fatta delle donne e degli uomini che mettono sempre una parte di sé in quello che fanno, che provano soddisfazione nel farlo bene, che ogni giorno la propria intelligenza, le proprie capacità e la propria passione creano le condizioni per dare più senso e significato alle proprie vite e dare più futuro al proprio Paese.

Ecco. Adesso che ho detto lavoro e ho detto racconto posso dire anche La notte del lavoro narrato.
E’ accaduto il 30 Aprile scorso, in ogni parte d’Italia, quando persone che spesso neanche si conoscevano e adesso se non si rivedono sono prese da crisi di astinenza si sono incontrate per leggere, narrare, cantare storie di lavoro.
E’ stato, per molti versi lo è ancora, perché per fortuna sembra non finire mai, un successo incredibile. Perché si, il lavoro unisce, perché dove c’è lavoro non c’è solo fatica ma anche intelligenza, dedizione, bellezza.
Stiamo già lavorando alla seconda edizione, l’appuntamento è per il 30 Aprile 2015, Le mille e una notte del lavoro narrato, un titolo che è tutto un programma, o se volete tutta una follia, dato che proporsi di passare dai 100 eventi di quest’anno ai 1001 del 2015 non è da persone sane.

Diciamo che però io sono un pazzo fiducioso, un pazzo che crede nelle idee e nel lavoro, e anche un pazzo fortunato, dato che continuo a incrociare tanti pazzi come me sulla mia strada.

morettirnext14na8

Finisco ricordando Bob Dylan che nel 1964 cantava The Times They Are a- Changin’ per annunciare la rivoluzione che stava arrivando.
50 anni dopo, la nostra rivoluzione si chiama innovazione, comincia dalla testa delle persone, dalla loro cultura, dall’approccio con il quale fanno le cose.
Perché senza la rivoluzione dello spazzino che si mette scuorno, prova vergogna, se non pulisce bene il suo pezzo di strada, non ce la facciamo. E non ce la facciamo senza il vigile urbano e il fabbro, l’impiegato e lo startupper che si mettono scuorno se non fanno bene il loro lavoro.
Non ce la facciamo senza l’imprenditore che investe e innova perché si mette scuorno di chiamare competitività i salari da fame e i diritti calpestati.
Non ce la facciamo senza l’Italia che investe nella bellezza e nell’intelligenza, nella tecnologia e nel futuro perché si mette scuorno di avere più della metà dei suoi giovani senza lavoro, senza casa, senza autonomia, senza opportunità.

Forza, facciamo in modo che dalla nostra bella Napoli arrivi un messaggio forte al Paese, facciamole vibrare di idee, soluzioni ed emozioni queste mura così ricche di storia e di cultura, che ci sentano tutti e tutti comprendano che noi siamo gli innovatori, siamo quelli del lavoro ben fatto, e vogliamo cambiare l’Italia.

Questa mattina, mi son svegliato

E ho pensato alcune cose che mi fa piacere condividere con voi:

1. Sono contento che abbiano vinto Renzi e il PD. Da tempo il PD non è più il “mio” partito, ci ho pensato, ripensato e rimuginato, anche assieme ai miei figli, ma alla fine l’ho votato convinto. Tra Cina e Usa, solo gli Stati Uniti d’Europa possono impedire il declino del nostro continente, un’Europa lontana anni luce da quella delle banche, dell’austerità e del dominio della Germania, un’Europa da cambiare da cima a fondo ma non da abbandonare, e il voto al PD era e resta per me oggettivamente quello più coerente con questa esigenza di cambiamento – rafforzamento della visione europea.

2. Sono felice che abbiano perso Grillo e i 5 Stelle. Al di là delle percentuali, in un anno hanno perso oltre 3 milioni di voti, inseguendo questa idea del “o tutto o niente” che è dannosa persino nelle sale gioco figuriamoci in politica.
Se solo avessero avuto un po’ di buon senso e non avessero fatto naufragare ogni tentativo di dialogo oggi potremmo fare a meno di avere un pezzo di Centro Destra al governo e un altro pezzo che ancora può giocare a fare il padre della patria. E’ vero che in questo hanno inciso anche le scelte di Renzi e del PD, che non a caso non è più il “mio” partito, ma è anche vero che se la casa brucia e le porte da un lato sono tutte chiuse devo per forza uscire dall’altra parte, anche se devo passare per la stalla.

3. Sono  molto contento che la Lista Tsipras abbia raggiunto il quorum, ma è una contentezza emotiva, di vicinanza affettiva agli sforzi delle tante amiche e amici che si sono adoperati in queste settimane, cito per tutte l’eroica Paola Bacchiddu, e delle tante personalità che stimo e ammiro, questa volta faccio due nomi, Petrini e Strada, ma non è una contentezza politica, a me pare evidente che una o più formazioni e personalità che raccolgono il 4% dei voti quando vanno a votare il 57 % degli italiani confermano il fatto che questa idea di sinistra non ha nessun appeal e soprattutto nessun futuro politico in Italia, a parte naturalmente, quello a suo modo nobile anche se non è mio, della testimonianza.

4. Sono convinto che oggi più di ieri ci sia spazio per un partito di sinistra, come ho scritto un’altra volta “ho detto partito”, non movimento, gruppo, società civile, no, no, partito, nel quale naturalmente trovino spazio e iniziativa movimenti, gruppi, società civile, ecc., ma un partito vero, a due cifre, un partito del lavoro, di tutto il lavoro (dipendente, start-upper, artigiani tecnologi e tradizionali, auto impiego, popolo della partita iva) un partito che parli prima di tutto ai più giovani, un partito che non è alternativo al PD, che in un paese moderato come il nostro che il PD sia la forza principale di governo mi sembra la possibilità meno di centro che abbiamo, piuttosto un partito che lo costringa a un’alleanza a sinistra, che ad esempio non gli faccia perdere di vista il legame non solo etico ma anche materiale, concreto, pratico che c’è tra lavoro, autonomia e diritti delle persone.
Perché sì, se anche i ragazzi che hanno un lavoro stabile e una retribuzione regolata dal CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) continuano a vivere con i genitori anche dopo i 30 anni perché proprio non ce la fanno a guadagnare 1100 euro a mese e a pagare affitto, bollette e tutto il resto è ovvio che l’economia non gira e il Paese non cresce.
Ecco, io credo che un partito del lavoro che percorra con coerenza e pazienza questa strada toglie voti all’astensionismo, alla sfiducia, alla defezione, all’idea che la politica è una cosa sporca, che se paghi le tasse sei un fesso e se hai i soldi sei uno buono, e toglie voti anche al M5S, che il 21% è comunque un’enormità per tutto quello che potrebbero fare e non fanno.

5. Nel 2015 compio 60 anni, e mi piacerebbe festeggiarli (anche) iscrivendomi a un Partito del Lavoro che abbia un’idea di Paese che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sai e sai fare e meno valore a ciò che hai, e che lavori e contribuisca a formare una classe dirigente in grado di sostenere questa visione, ma questo lo sapete già, perciò mi fermo e aspetto che mi raccontiate cosa avete pensato voi, questa mattina, quando vi siete svegliati.

 

Bene, Brava, Bis

Caro Diario,
non so quante volte ce lo siamo detti che una buona vita è fatta soprattutto di tre cose: le connessioni che riesci a stabilire con altri esseri, come te, umani; i centimetri che riesci a vedere e a conquistare ogni giorno, che tanto quelli stanno dappertutto; la capacità che hai di individuare le principali, le cose che vengono prima, quelle che per te sono davvero importanti, che per questo sono poche altrimenti sarebbero tante come le subordinate. Eppure eccomi qua, come ogni volta che il pensiero accade, l’idea si concretizza in un piccolo grande fatto e io mi riscopro meravigliato, commosso, sconvolto dalla bellezza di quello che provo.
Oggi è successo grazie a mia nipote Sara, che mi ha scritto sulla chat di Facebook questo messaggio:

Ciao zio, tutto bene?
Ti ricordi quando sei venuto a Bologna per presentare il libro ti dissi che dovevo sostenere l’esame di organizzazione aziendale? E tu ci spiegasti la teoria del cestino dei rifiuti? Niente, volevo solo dirti che ho preso 30 e lode!
Un bacione, buona giornata!

Ecco, caro Diario, potrei fermarmi qui, ma voglio aggiungere che è per questo che nonostante i problemi non manchino io sono fiducioso per il futuro della nostra bella Italia, perché di ragazze e di ragazzi come Sara ce ne sono tante/i, ragazze/i, normali, che amano, vanno al cinema, hanno sogni e si impegnano per realizzarli. Dobbiamo avere più fiducia in loro, e soprattutto dare loro più opportunità, e vedrai che ce la facciamo.

Buona domenica caro Diario, e a presto.
saraedavide

Un due e tre, lavoro salva tutti

Andrea Mormile è un giovane fotografo che ho conosciuto qualche mese fa nel corso di un evento organizzato dal mio amico Antonio Gravina. Lui era lì per lavorare, io per raccontare un pò delle cose che facciamo con Alessio, Cinzia e tante altre belle persone  in giro per l’Italia alla ricerca del lavoro ben fatto.
Andrea è una persona educata e gentile, e tra noi si è creata un’istintiva simpatia e così nei giorni successivi ci siamo cercati su Facebook, poi lui mi ha mandato delle bellissime foto, poi ogni tanto quattro chiacchiere, poi mi ha raccontato della sua nuova creatura, l’Associazione Culturale Free Reflex fino a quando, nel primo pomeriggio di ieri, non mi manda la foto che vedete sotto, solo l’immagine, senza scritta, e mi chiede di mandargli una frase da mettere nella foto, che poi sarà stampata e troverà la sua pace appesa al muro del Bespoke Salon Succivo, il negozio gestito da Pasquale Collo, il papà del ragazzo ritratto.
L’idea mi piace, penso subito alla storia raccontata dal “Salone” in Testa, Mani e Cuore. La strada è lunga, il procedere è lento, accade sempre così quando non hai badget per portare avanti un progetto, quando le cose le devi pensare, le devi fare, le devi comunicare, le devi curare in proprio, però piano piano questa idea del lavoro ben fatto, delle cose fatte con testa, mani e cuore sta crescendo, “sta piglianno pere” come dicevamo da ragazzi a Secondigliano. Te ne accorgi dalle persone che scrivono queste tre paroline nei loro post sui social network, dal numero dei tag, dagli hashtag sempre più frequenti. E’ per questo che sono stato felice di poter contribuire a realizzare l’idea di Andrea, perché è un altro piccolo grande segno che la nostra storia, non la mia, di Alessio o di Cinzia, la nostra di tutte/i quelle/i che pensano che l’Italia o la salva il lavoro o non la salva nessuno. Il lavoro di tutti, dello scienziato e della maestra, del parrucchiere e della manager, del pizzaiolo e dell’architetto.
Grazie Andrea.

mormile44

Caro Babbo Natale

15 febbraio 2014
Caro Babbo Natale,
per favore non mi portare una cosa per un altra che, con tutto il rispetto, te la tiro indietro.
Sia chiaro che io per Natale ti ho chiesto un partito di sinistra, non di centro sinistra, con tutto il rispetto per Civati, che mi sta pure simpatico, ma la simpatia per quanto mi riguarda non è una caratteristica della politica.
Alla prossima.
Tuo affezionato Vincenzo

13 febbraio 2014
Caro Babbo Natale,
scusami se ti scrivo così in anticipo ma qui in Italia i tempi sono veramente duri e solo tu ci puoi salvare.
Per favore per Natale portami un partito di sinistra.
Lo so, me lo hai già fatto notare in un’altra occasione, detto così è troppo generico, e però mica puoi pretendere che io ti dica proprio tutto su come deve essere questo partito di sinistra, che poi se io lo sapevo mica lo chiedevo a te, facevo prima a farmelo da solo.
Facciamo così, veniamoci incontro, che solo tu mi sei rimasto come referente politico e non è che posso litigare anche con te: io ci provo a dirti come lo vorrei, ma così come mi viene, senza un ordine preciso e neanche tutto assieme, nel senso che ogni volta che mi viene una cosa da dirti te la scrivo qui, tu mi dai tempo fino al 25 giugno di quest’anno, così poi ti restano giusto sei mesi per fare quello che devi fare.

Allora, una cosa che sicuramente deve avere il mio partito di sinistra è che quando si elegge il segretario lo votano solo gli iscritti, mentre quando si indica un candidato premier lo votano tutti i cittadini. Con te non c’è bisogno di troppe spiegazioni ma è evidente che se a un iscritto non gli dai neanche l’esclusiva nell’elezione del segretario del suo partito lui non ha ragione di essere iscritto e il partito non ha ragione di avere un’identità.

Un’altra cosa che deve avere il mio partito di sinistra è che non può avere una sola persona che fa la/il segretario e la/il presidente del consiglio, come sai il lavoro da fare è tanto, e più donne e uomini ci sono al comando, ciascuna/o con la propria testa, con le proprie mani e il proprio cuore, e meglio è.

La terza cosa che deve avere il mio partito di sinistra è che deve essere di sinistra. Che vuol dire? Vuol dire meno valore ai soldi e più valore al lavoro. Meno soldi per le banche e più soldi per il lavoro. Meno soldi per le grandi imprese che poi se ne vanno o se ne ritornano all’estero e più soldi per i piccoli imprenditori, gli artigiani, i maker, a patto che rispettino le regole. Più soldi per le scuole. Tutele dei diritti delle persone. Tante ma tante ma tante opportunità in più per i giovani.

Dici da chi li prendi questi soldi? Dico da chi ce li ha. Dici che così è il libro dei sogni? Dico di no e aggiungo che anche se di mestiere non faccio il presidente del consiglio nei prossimi giorni cercherò di essere più preciso e anche di farti qualche esempio di come si potevano spendere i soldi e di come sono stati spesi senza che nessuno facesse niente perché da tanto tempo un partito di sinistra in Italia non c’è più.

Ecco, per stasera mi fermo, sono andato anche troppo avanti per la prima volta che ormai ho una certa età e devo andarci piano. Ci sentiamo presto, tu intanto comincia a pensare come devi fare per portarmi il mio partito di sinistra. E ricordati che ho detto partito, che io lo voglio proprio così, partito, non movimento, forza, società civile, partitini e gruppetti vari, partito, roba da voti a due cifre, radicamento su tutto il territorio nazionale, capacità di ascolto e di dialogo con tutti capacità di rappresentanza dei ceti e dei gruppi sociali di riferimento.
Dici che è difficile? Dico che se era facile non scrivevo a te.
Alla prossima.
Tuo affezionato Vincenzo

Me dispiace assaje

Carissimo Antonio mi dispiace un sacco.
Si, lo so, “sono cose che capitano”, me l’hai affettuosamente ricordato anche tu qualche minuto fa per telefono, capita che a uno gli prenda l’influenza e con l’influenza la febbre, e che un appuntamento preso da tanto tempo non possa essere onorato, però credimi il fatto che capita non ti è di grande conforto quando la persona a cui capita sei tu.

La verità è che mi dispiace assaje, Antò.
Mi dispiace per tutto il tempo, l’impegno, l’affetto che ci hai messo per costruire la presentazione del mio romanzo e il lancio de La Notte del Lavoro Narrato nella bella Narni, coinvolgendo prima le amiche e gli amici di Librarsi, il “nostro” (sì, anche se ne faccio parte solo nel mondo di Facebook lo sento anche un po’ mio) semicircolo ambulante di lettori, e poi Francesco de Rebotti, il sindaco della città.
Mi dispiace per le belle persone a cui avrei avuto il piacere di stringere la mano, di guardare negli occhi, di dire “ah sei tu che mi approvi i post quando scrivo qualcosa sulla pagina”, “ah, è con te che abbiamo condiviso quel libro o quell’evento”, “ah, ma allora possiamo sperare di avere il Comune di Narni tra i protagonisti della notte del 30 aprile 2014”.
Mi dispiace per le belle storie che avevo da raccontarvi, storie di persone vere, di donne e uomini normali che lavorano mettendo testa, mani e cuore in quello che fanno, donne e uomini che non hanno rinunciato a sperare in un futuro diverso per questa bella Italia.
Mi dispiace per le belle storie che mi avreste raccontato voi, perché tu lo sai bene, Antonio, che tu tieni la mia stessa malatia (con una t, come si dice a Napoli) chi scrive è un predatore di anime, di daimon, di belle storie, di ricordi.

Si, lo so, “non mancherà occasione”, e chi lo mette in dubbio, anzi, fai ancora una cosa per me amico mio, preannuncia al Sindaco e agli amici di Librarsi che io da fine gennaio sono disponibile a venire a Narni per discutere di tutto quanto riguarda l’organizzazione de La Notte del Lavoro Narrato. Detto questo posso aggiungere che il fatto che “non mancherà occasione” non diminuisce di una virgola il mio disappunto?

Mi fermo qui. Si, perché adesso ti tengo davanti agli occhi che mi guardi con il tuo sorrisetto modello “Vicié, non ricominciare daccapo”. No, tranquillo, non ricomincio, mi fermo veramente. Anzi no. Perché prima devo dire a te, alle amiche e agli amici di Librarsi, al Sindaco e a tutte le persone che domani avrebbero partecipato al nostro incontro un grande grazie. Come a volte piace fare a me. A prescindere.

Un abbraccio fortissimo Antonio.
Ti voglio bene.
vincenzo

antonio

La lettera di Natale

Lo sapevo. L’ho letta e ho pianto. Tanto. Proprio come nei telefilm. A calde lacrime. E secondo voi perché non ho voluto leggerla ieri sera? Già Nunzia e Paola si sono trattenute che fosse stato vivo papà avrebbe detto “‘O Pataterno ‘o ssape e a Maronna ‘o vede”, lo sapete com’è, in certe situazioni basta poco, piange uno piangono tutti, e quello andava a finire che si bagnava pure il baccalà fritto e buonanotte ai suonatori.
Scusate, non vi ho detto ancora che sto parlando di una lettera, che quello magari l’avete anche intuito, ciò che non potete immaginare, a noi ci ha lasciati letteralmente senza fiato, è che la lettera, postuma, è di mia madre.
Com’è andata la faccenda me lo sono fatto raccontare stamattina da Flavia, mia nipote, la figlia di Nunzia, 16 anni, che anche questo aspetto qui non è per niente banale, perché è stata lei la complice della nonna in questa incredibile, meravigliosa faccenda.
Facciamo così, lo racconto a voi come Flavia l’ha raccontato a me, così viene meglio e facciamo prima.

“Zio, è stato nei primi mesi del 2013, la nonna stava già male ma non ancora nella fase più acuta, però lei se lo sentiva dentro che doveva morire, e un giorno che sono andata a trovarla e stavamo da sole mi ha detto:
Flavia, tu sei l’unica persona che in questo momento mi può ascoltare e fare quello che dico io senza tradire i propri sentimenti, perché mi devi aiutare a scrivere una lettera per i miei figli e tu questo fatto non lo devi dire a nessuno, neanche a tua madre, devi tenertelo per te, quando sarà il momento loro capiranno da soli. 
Flavia, non voglio lasciare tristezza in loro, voglio che rimanga un bel ricordo di me, voglio dire loro quanto gli voglio bene e quanto sono loro grato per tutto quello che fanno per me, perciò mi raccomando non la lettera non dargliela dopo il funerale, dagliela in un momento di gioia, un momento in cui state tutti assieme.
Dopo di che mi ha spiegato come doveva essere fatta la lettera, in buona sostanza me l’ha dettata, perché mentre lei parlava io ho preso carta e penna e l’ho scritta, dopo di che quando l’ho stampata e in un’altra occasione gliela ho letta, lei ha voluto correggere alcune cose, però io queste correzioni le ho fatte ha penna, perché non ho voluto che andassero perdute le parole che nonna mi aveva detto precedentemente”.
Ecco, prima di continuare con la lettera fatemi dire solo che considero 
letteralmente e senza esagerare un grande onore avere una nipote come Flavia, una ragazza che a 16 anni ha il carattere per reggere una situazione di questo tipo, rispettare la volontà della nonna, interpretarla (perché la nonna testimone di geova non può dire dagliela a Natale ma se dice dagliela in un momento felice quando stanno tutti assieme vuole dire a Natale) e in più non dire niente alla madre che mia sorella è una donna meravigliosa ma io, proprio io Vincenzo, non io al posto di Flavia,  avrei avuto problemi a non dirle niente di una storia così.
Ecco, adesso posso condividere qualche riga della lettera, che tutta non si può, ma sono sicuro che mi capite, racconto un po’ dell’amore di mamma per tutti noi, e le cose che ha scritto a me, altro non posso e non voglio fare. Buon Natale.
Se state leggendo questa lettera significa che io non sono più tra di voi. […] Per prima osa foglio ringraziarvi uno a uno e trasmettervi l’amore che nutro nei vostri confronti. Sarebbe stupido non cominciare dai figli che sono la parte più importante (i pezzetti della mia carne) e ora come ora sono la parte più importante di me … e quella viva. 
Partiamo dal più grande, Vincenzo, sei sempre stato un uomo pieno di virtù e di amore, sai fare dei tuoi difetti dei punti di partenza per creare qualcosa di stupendo, che nessuno ha mai visto prima, sei il figlio che ogni madre vorrebbe avere, ed ora che non ci sono più, ti affido il compito più difficile di tutti: fare il capofamiglia, ama tuo fratello e tua sorella come se parte del tuo stesso corpo, comportati da padre e falli vivere come non hanno mai fatto fino ad adesso, e comportati da madre (tu che a volte ti senti più donna) e falli sentire come se io non me ne fossi mai andata.
Poi Antonio, figlio mio, sei sempre stato […].
Gaetano, carne della mia carne, mio dolce bambino ti hanno strappato da me […].
Infine c’è Nunzia, la mia piccola Nunzia, tu che sei sempre stata […].
Ed ora mi rivolgo a voi nipoti cari: Davide e Sara, Luca e Riccardo, Jhonatan e Valerio, Flavia e Angelo Emanuele […].
Ed infine mi rivolgo a Paola, Alberto, Cinzia, Ivana e Laura […].
Concludo questa  lettera dicendovi che nonostante io non sia al vostro fianco durante il vostro cammino, nonostante io non abbia più la facoltà di abbracciarvi, baciarvi, io, anche se voi non mi vedrete, sarò lì a sostenervi con le mie braccia, quando la vita sembrerà avervi abbandonato io vi terrò per mano così forte da farvela sanguinare, e quando sarete tristi vi abbraccerò cosicché voi non sentiate la mia assenza. Vi amo tutti e vi amerò per sempre, perché anche per chi non ci crede il “per sempre” esiste, l’amore batte la morte. 
Firmato:
La vostra amata madre, nonna e suocera Fiorentina.

Mamma e Flavia, qualche anno fa

Mamma e Flavia, un paio di anni fa

Post. Spot. Stop. Per ora.

lagamba68Per le amiche e gli amici sulla ruota di Napoli: Regalatelo. Regalatelo. Regalatelo.
Avete tempo fino a domani alle 18.00. Catapultatevi in una libreria Feltrinelli, che lì sono sicuro che c’è, e non rinunciate all’opportunità di donare alle persone a cui volete bene Testa, Mani e Cuore.

Per le amiche e gli amici su tutte le ruote:
Cercatelo in fretta nelle librerie, che ne sono rimaste poche copie.
E se non lo trovate? Compratelo sui siti Amazon, Feltrinelli, Ibs o dove vi pare.
Se per Natale non fate più in tempo c’è sempre la Befana! 

Caselle in Pittari

Venerdì 20 Dicembre
Ma sì diciamolo, il viaggio è andato meglio del previsto. 15 minuti di ritardo, per un regionale cosa vuoi che siano, giovedì il treno AV da Reggio Emilia ne ha presi quasi 20. Mi sono seduto e ho potuto persino lavorare per 2 ore buone, che non è che era tanto scontato.
Alla stazione di Sapri sono arrivato alle 15.27, c’era ad attendermi Rocco. Un abbraccio forte, che dal vivo è sicuramente meglio che in calce a una mail. La richiesta, mia, di trovare un posto per comprare un panino, e la risposta, sua, che il panino è meglio se lo mangio a #Cip.
Mentre saliamo su non so che guardare, la costa, il cielo, il sole, il mare, la bellezza scorre potente nel Cilento. 25 minuti e ci siamo, prendi la stanza nella pensione, mangia il panino, “a finale” manca poco a las cinco de la tarde quando mettiamo piede a InOutLab.
Starò qui fino a domenica, ho del lavoro da fare e da solo non sono capace, la skill “infografica” per adesso non ce l’ho, la dead line non mi dà scampo e confido in Benevento san, ma sì, se preferite san Rocco, pe’ tirà stu cap ‘nterra.
Lavoriamo fino alle 9.30 p.m., poi propongo di andare a cena da Mario, Ristorante Zì Filumena, Rocco, Jepis e Antonio, 3/4 di InOutLab  che il 4/4 vive a Roma e lo conosco appena, mi dicono subito di sì.
Non vi racconto tutta la cena, mi limito a due parole e una foto. Le due parole sono uova e cigoli, la foto la potete vedere da soli. Ah, no, ci sta pure un commento finale, l’ho scritto sui social network, Grazia, la mamma di Mario, me la sono baciata, me la sarei sposata anche, insomma ci siamo consolati.
E’ la 1 a.m. quando vado a letto, ho il mal di stomaco ma ce l’avevo anche la sera prima senza mangiare, questa faccenda dello stomaco, e della pancia, si sta facendo seria, è davvero ora di prendere provvedimenti, ma di questo parliamo un’altra volta.

cigoli1

Sabato 21 Dicembre
Sveglia alle 6. Mi accade sovente anche a Napoli, nonostante io abiti sulle scale e a quell’ora dalle mie parti non si senta volare una mosca. La differenza è che qua anche se avessi voluto dormire fino alle 6 e 1 minuto non sarebbe stato possibile, alle 6 in punto suonano tante di quelle campane che ti sembra abbiano dormito di fianco a te tanto le senti vicine. Poco male comunque. C’è da pensare come organizzare il lavoro, Rocco è molto bravo e ce la mette tutta, ma quello che abbiamo da fare non è semplice, i dati sono tanti e non sono omogenei, rischiamo di finire in un vicolo cieco.
Mi ero lasciato un piccolo margine per tornare sabato sera invece di domenica, il margine non c’è più, bisogna lavorare duro. Mentre penso scendo a fare colazione, avverto la signora del bar che quello che sta per fare è l’unico caffè che prenderò nel corso della giornata, dunque ci metta tutto l’amore e l’impegno necessario.
La signora sorride, è gentile, empatica, comunque l’avvertimento fa il suo effetto, il caffè è eccellente, che poi io lo prendo anche amaro, e senza zucchero il caffè quando non è buono non si può proprio bere.
Siamo alle prese con numeri, tabelle e grafica per tutto il giorno, dalle 8.45 a.m. alle 9.20 p.m., Rocco lo faranno davvero santo, perché io sono esigente, preciso, meticoloso, va bene, ho capito, usiamo la parola giusta, insopportabile.
Naturalmente non siamo macchine, nel senso che ogni tanto facciamo una chiacchiera, ci sono La Notte del Lavoro Narrato da organizzare, il nuovo progetto da mettere in cantiere, o mangiamo un dolcino, o commentiamo il fatto che le ragazze e i ragazzi del Suor Orsola Benincasa si stanno davvero superando con le loro proposte sul lavoro ben fatto. Ad oggi abbiamo circa 70 racconti che pubblicheremo molto presto su Timu Le Vie del Lavoro, 1 set di foto, e due video che invece di fare tante chiacchiere ve li pubblico qui , alla fine della giornata, così lo vedete da soli quanto sono belli.
Sempre della serie “storie di ordinaria umanità” a pranzo abbiamo mangiato tutti a casa di Rocco assieme alla mamma, al papà, alla sorella Sara e alla nonna, proprio tutti no, nel senso che non c’era Jepis, però l’abbiamo sostituito con Rossella così non ci siamo sentiti soli. La sera la pizza, ancora senza Jepis, che lui non si accontenta di  studiare, di lavorare, di progettare, quando può il sabato va anche a fare il cameriere, come Antonio fa le app, il presidente della Pro Loco, aiuta il papà con le olive in campagna e tanto altro ancora, o Rocco che è archivista, sviluppa siti web, si occupa dei e-commerce, fa il batterista in un gruppo Metal, I Quasar Post Mortem, o l’altro Antonio, Pellegrino, il presidente della cooperativa, che pure lui l’avevo incontrato alle 7.00 a.m. che stava per andare nei campi e adesso siamo qui che ci guardiamo un pezzo della partita del Napoli, che poi è finita come è finita, un pari e nulla più, e poi per strada a chiacchierare di politica, di internet, di filosofi, di futuro.
 

Domenica 22 Dicembre
Ho un treno che parte alla 1.12 p.m. da Sapri. Intercity 555 con arrivo previsto a Napoli Centrele alle 3.14 p.m. Con Rocco ci siamo visti alle 8.05 a.m., io sono su dalle 6.00 che le campane sono precise, per la miseria se sono precise. Alle 7.30 a.m. faccio anche una passeggiata lungo il viale, che poi a #Cip lo chiamano la piazza, che se volete sapere perché leggete Testa, mani e cuore.
Ancora 4 ore di lavoro, cominciamo a carburare, succede sempre così, le idee migliori ti vengono alla fine, Rocco disegna e salva e propone e aggiusta e risalva perché io nel frattempo mi sono dimenticato di una cosa e bisogna rifare la tabella da capo.
Alle 10.20 a.m. mangiamo un pasticcino, alle 12.10 copio i file sul mio mac, pago la pensione, saliamo in macchina, ci diciamo come procediamo che il lavoro non è mica finito e alle 13 in punto sono in stazione.
Saluti e gratitudine. Tanta. Sincera. Ci ritorno presto a #Cip. Ancora devo andare via e già mi manca.

p. s.
L’Intercity è arrivato a Napoli in perfetto orario. Miracolo. Miracolo.

E no che non mi incazzo

Ho promesso a me stesso di non arrabbiarmi più.
No, non è tanto per dire, lo so che non è facile, che ci metterò tempo, ma ci riuscirò.
Quando hai alle spalle anni (avete letto bene, anni) nei quali la vita ti ha costretto a fare i conti con l’incubo, ti ha strappato pezzi della tua umanità, pezzi di te, basta poco per farsi prendere dalla paura, dal timore che nuove sciagure, peggiori di quelle che hai appena vissuto, si possano abbattere su di te.
Perché sì, la paura ti prende, almeno a me è capitato così, ti porta ansia, notti tormentate, mal di stomaco e di pancia e poi un certo punto ti riscopri a pensare a cosa può diventare la tua vita se quello che temi diventa realtà. L’inferno. E’ lì che trovi la forza, almeno a me è capitato così, per cacciare dalla testa i cattivi pensieri, per dirti “vedrai che non è niente, il ragazzo sta bene, sono tutti problemi inutili che ti stai creando tu”, per fare finta di crederci, per promettere a te stesso che se va tutto bene, come sicuramente sarà, non ti arrabbierai più.
Come diceva papà? ‘A vita e ‘nu muorzo. Appunto, basta niente per sconvolgerla, ma sconvolgerla veramente, e quando hai passato quello che ho passato io, e siamo in tantissimi ad averlo passato, specialmente dalle mie parti, non puoi permetterti di continuare a vivere, a fare le cose, come vivevi e le facevi prima. Ecco è per questo che non mi incazzerò più, che ce l’ha farò. Non sarà facile, ci metterò il tempo che ci vuole, ma ci riuscirò. Soprattutto adesso che le mie paure si sono dissolte.
Come dice Yoda al giovane Luke? La paura, la rabbia, sono il lato oscuro della forza. Appunto. Molto meglio farne a meno. 

p.s.
Come diceva Eduardo, c’è la parola giusta, usiamola. Ho detto che non mi arrabbio, no che non mi indigno, non mi ribello, non mi organizzo, non lotto, non continuo a portare il mio mattoncino per cercare di cambiare il mondo. Questo per la precisione.

  

Sono un uomo fortunato. Nuovo episodio.

Felicia Moscato è stata una mia studentessa un po’ di anni fa. Ed è l’autrice della mail che potete leggere qui sotto. Credo non ci sia bisogno di spiegare il titolo del post,  basta leggere e si capisce da sé. Perché vi racconto tutto questo? Perché sono contento, e mi fa piacere condividere la mia contentezza con voi. E perché penso che se poi magari uno ci pensa si rende conto che …

 

Prof, mi sono appena svegliata e dovevo scrivervi di corsa …
Stanotte vi ho sognato … ero a Roma … in vicolo molto antico di Piazza San Pietro, credo perché si vedeva il Papa … per sbaglio son entrata in un negozio antico di un vecchio artigiano di orologi a cucù … trovo voi e … vostro padre …
Vostro padre era arrampicato su una scaletta che cercava delle cose in uno scaffale … io appena l’ho visto vi ho chiamato da parte e vi ho detto che li, in un appartamento vicino, c’era vostro fratello, che voi credevate scomparso. Questo vostro fratello però, non era scomparso ma aveva scritto un libro, bellissimo a mio dire …
Parlava di qualcosa che c’entrava con gente vecchia e nuova. La cosa che mi aveva colpito di più è che nel libro venivano usate le parole meraviglioso, stupefacente, innovatore.
Ecco, ho detto tutto mi pare. Voi come state? Era da tempo che non vi sognavo, dall’epoca dell’uscita di Testa, Mani e Cuore. Fatemi avere vostre notizie.
Felicia

16 Novembre 2013. La sera del lavoro narrato. Residenza Rurale l’Incartata

incartataMichele Sica Bosconauta, con un bel post sul suo bellissimo blog, la serata l’aveva presentata così: Sabato 16 novembre inauguriamo le AppetitoseConversazioni alla Residenza Rurale l’Incartata: l’incontro tra coltura e cultura, il piacere della buona tavola, sana autentica e naturale che incontra il piacere della mente, buone letture che saziano l’anima e cambiano il mondo. […] La serata prenderà il via alle 19 con la coinvolgente e travolgente presentazione di Vincenzo Moretti e delle storie di lavoro lette dal suo romanzo, ma il lavoro ben fatto sarà narrato anche a tavola, con i piatti della nostra tradizione tutti provenienti dal nostro orto e dalla rete di contadini e pastori locali della #cumparete. Il costo della cena comprensivo di una copia del romanzo è di € 20. Gradita la prenotazione.

Strada facendo, ho pensato che tutto questo mi piaceva un sacco etmcsmall che però si poteva fare di più. Ma sì, mi sono detto, visto che non lo fai certo per denaro e che il senso di tutto questo tuo girovagare in lungo e largo per Napoli, la Campania, l’Italia sta nella voglia di contribuire con il tuo mattoncino a diffondere la cultura del lavoro ben fatto e a mettere in relazione un po’ di belle persone, di belle idee, di bei fatti, perché non cogliere l’occasione per chiedere a chi parteciperà di leggere, narrare, cantare una storia di lavoro? Qua l’ho pensato e qua mi è venuto il titolo, La sera del lavoro narrato, che poi se vogliamo può diventare anche la notte, tanto il giorno dopo è domenica, chi ci dice niente.

A proposito di connessioni, di belle persone, di cose fatte con la testa, con le mani e con il cuore: non vorrei dire, ma anche quello che potete vedere nel video qua sotto è avvenuto dalle parti di
Residenza Rurale L’Incartata. Vale quando semini grani antichi, vale quando fai il pane e vale quando racconti il lavoro ben fatto.
Ecco, vi ho detto quasi tutto, che tutto quando le cose sono così belle se non le vivi non lo puoi dire. Spero siate in tante/i a partecipare ma naturalmente spetta solo a voi scegliere. Pillola azzurra, fine della storia: domenica vi sveglierete in camera vostra e crederete a quello che vorrete. Pillola rossa, sabato ci incontriamo nella residenza delle meraviglie e vedrete quant’è profonda la tana del bianconiglio. Vi sto offrendo solo la verità, ricordatevelo. Niente di più.


Per Prenotare

Come raggiungere la Residenza Rurale l’Incartata

Luigi, Monica, l’Iperico and Me

liperico1

Di Monica Zunica mi aveva parlato il mio amico Luigi Morra, che in varie puntate mi aveva raccontato della scelta di vita che aveva fatto insieme al marito e ai figli, della decisione di lasciare Napoli per andare a vivere tra i boschi del Molise, del progetto di creare una biblioteca, dell’inaugurazione, lo scorso 29 settembre, della Associazione Culturale L’Iperico, uno spazio aperto a tutti coloro che desiderano condividere libri, musica, letteratura, cinema, arte, teatro e molto altro.

Il resto mi è capitato come mi accade sovente, per genio e per caso, la mia solita visita a La Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri, l’incontro con Luigi, io che gli dico che ci sto pensando da quando me ne ha parlato e ho una voglia matta di andare a vedere questa libreria nei boschi molisani, lui che mi risponde “vieni, Monica è qua, te la presento”, io che dico ancora aspetta, prendo una copia del libro e gliela regalo, lui che mi fa “l’ho già presa io, gliel’ho portata il giorno dell’inaugurazione”.

Finalmente l’incontro, le chiacchiere intorno a L’Iperico e a La Notte del Lavoro Narrato, lo scambio di mail, l’impegno a ritrovarsi su Facebook, i saluti affettuosi.
Sono stato contento tutto il pomeriggio, i contatti via Facebook ci hanno permesso di scambiarci link e briciole di idee, fino a martedì scorso, quando Monica mi ha scritto questo:
Mio caro Vincenzo, sto leggendo Testa, Mani e Cuore e lo trovo incantevole. E’ tale perché è vero come credo sia tu. Una persona vera. Onoreresti il mio spazio con la tua presenza? Quando vogliamo organizzare?
Un abbraccio.
Monica

Ve lo dico cosa le ho risposto? Certo che ve lo dico, questo:
1. l’onore resta mio (ah, il vecchio Morpheus, cosa farei senza di lui).
2. proponimi un paio di date e ne scegliamo una.
Resto in trepidante attesa.
Ricambio l’abbraccio.
vincenzo

L’altro ieri, Giovedì, tocca di nuovo a lei, che mi avverte che la data giusta è Sabato 30 Novembre, che anche Luigi sarà della partita, che se per me va bene chiudiamo così.
Per me non va bene, va benissimo, sono troppo contento.
Ve lo prometto, poi vi faccio sapere come è andata.

Prufessò, scusate, ma allora perché lo fate?

L’incontro a via Chiaja, qualche giorno fa. Come purtroppo mi accade sempre più sovente, non ricordo chi è né, ovviamente, come si chiama. Neppure la prima parola che dice, “prufessò”, mi  permette di inquadrarlo, alla voce “università” non ci sta bene, devo averlo per forza incrociato da qualche parte, meglio non pensarci e stare attento a non fare brutte figure.
“Prufessò, ve state facenno ‘e sorde, eh?, sono contento, ve lo meritate, siete una brava persona.  Mio padre mi racconta sempre che anche quando stavate alla Cgil eravate così”.
“Ringrazio te e tuo padre per i complimenti, ma di quali soldi parli?”.
“Prof., io vi seguo su Facebook, sono un vostro tifoso, so tutto di voi: il romanzo che avete scritto, le recensioni che state avendo sui giornali, i lettori entusiasti, tutte quelle presentazioni, e mica è una cosa brutta avere successo e mettersi in tasca un po’ di soldi”.
“Guarda che sei fuori strada. A parte che “avere successo” è una parola grossa, e che per fare soldi con i libri bisogna venderne tanti, ma proprio tanti, così tanti che tu nemmeno te lo immagini, per quanto riguarda me i soldi non li farei neanche in quel caso, perché per ragioni  troppo lunghe da spiegare non ricevo diritti d’autore.”
“Cosa vuol dire?”
“Vuol dire che dal punto di vista economico io non ci guadagno niente, indipendentemente da quello che si vende. Per dirla come va detto ci rimetto soldi miei, per viaggiare, per mangiare, quando serve dormire, le copie che regalo agli amici e così via discorrendo”.
“Prufessò, scusate, ma allora perché lo fate?”.
“Scusami, adesso non ho tempo, ho un appuntamento e sono in ritardo, sarà per un altra volta. Ciao, e salutami tanto tuo padre”.
Dite che sono stato un poco antipatico? Non sono d’accordo, e vi spiego perché:
1. L’appuntamento e il ritardo erano veri.
2. Parlare senza sapere con chi stai parlando è già complicato quando si tratta di convenevoli figurarsi quando la discussione è seria (lo so che potevo dirgli “scusa ma non mi ricordo chi sei”, a volte lo faccio, ma bisogna farlo subito, quando la discussione ha preso il suo corso fa brutto).
3. Dire che lo faccio perché credo nella possibilità che il lavoro ben fatto possa cambiare la cultura e il destino del mio Paese, che continuo ad amare nonostante tutti i contorcimenti di stomaco che mi provoca ogni giorno; perché tutto questo contribuisce a dare senso alla mia vita; perché mi piace farlo; perché in questo modo stabilisco connessioni con un sacco di bella gente in giro per l’Italia è davvero importante, molto, ma soltanto per me.
4. La ricerca che stiamo portando avanti Alessio, Cinzia, Gennaro e i maestri artigiani di Castel San Giorgio, Jepis e le band di #Cip e di  #CampDiGrano, Giuseppe e la sua pasta di Gragnano che ottiene l’IGP, le ragazze i ragazzi della Bottega Exodus Ahref di Cassino, Gennaro e il suo dromedario da corsa, Santina, Costantino, io e tante/i altre/i persone in giro per l’Italia che a citarle/i tutti ci vuole un libro, mira a dimostrare proprio che quelle/i che pensano e agiscono come noi sono tante/i, ma così tante/i che neanche ce lo immaginiamo, e che se scelgono di connettersi, raccontarsi, rappresentarsi, agire, con la testa con le mani e con il cuore possono diventare egemoni – lo posso dire?, nel senso gramsciano del termine – e cambiare l’Italia.
5. Fare bene le cose è il nostro approccio, ridare valore al lavoro e cambiare l’Italia il nostro  obiettivo.
6. Per quanto mi riguarda, spero di farcela, lavoro per farcela, ma non ho bisogno di farcela, almeno non per forza. Ci sono strade nella vita che vale la pena di percorrere “a prescindere”. Per quanto mi riguarda, questa è una di quelle.

That’s all, folks. Almeno per ora.

Grazie Federico

Questo il messaggio che il mio giovane amico Federico Cuozzo mi ha appiccicato sulla bacheca Facebook:
“Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione. Dove tieni la mano, devi tenere la testa, dove tieni la testa, devi tenere il cuore, altrimenti non diventerai mai un bravo artigiano.
Ogni giorno ci penso e ci ripenso. Ora che mi sono diplomato e che sto entrando nel mondo del lavoro ci penso ancora di più. Son sicuro che non la finirò più di ringraziarLa per l’intervento che avete fatto nella mia scuola.
Grazie mille.”

Questa la mia risposta:
“Grazie a te, Federico. Le tue parole sono di quelle che danno senso a una vita. Sono commosso.

Questa la sua replica:
Penso che nella vita le parole che si dicono a noi stessi possano solo aiutare, ma le parole di incoraggiamento di persone “estranee” possono solo amalgamarsi alle altre e sostenere coloro che nella vita ci credono e che vogliono dare un senso a questa vita.
Qui si parla di crisi. Indubbiamente c’è, si vede e si sente. Ma forse, il più delle volte, la crisi sta dentro di noi. La crisi è nella Testa, nelle Mani e nel Cuore. Io sono convinto che, invece, la crisi, soprattutto dentro di noi, si possa e si debba eliminare, cacciare. Nella Testa, nelle Mani e nel Cuore c’è bisogno di vita. E questa vita non può non essere alimentata da queste belle parole a cui penso giorno dopo giorno.

Questo l’antefatto:
San Giorgio a Cremano (Na), Lunedì 13 Maggio 2013 ore 10.00. Istituto Tecnico Enrico Medi.
Incontro sul lavoro ben fatto. Testa, Mani e Cuore. Il lavoro che cambia l’Italia.
Guest: Annunziata Muto e Biagio Formisano

Questa la seconda parte della citazione in quarta di copertina di Testa, Mani e Cuore (la prima parte è quella citata da Federico):
“Funziona proprio come nelle costruzioni, che per quanto il castello dei fantasmi, la nave dei pirati o l’astronave degli Jedi, una volta che hai finito di costruirli, ti appaiano impeccabili e magnifici e perfetti, per farli hai dovuto incastrare i diversi mattoncini uno a uno, e hai dovuto farlo nel modo giusto, perché altrimenti non ce l’avresti fatta a fare quello che volevi fare.”

Questa la mia considerazione finale:
E’ da metà marzo di quest’anno, con l’uscita nelle librerie del mio romanzo, che vado in giro per l’Italia a raccontare che non sono un matto ma un portatore di mattoncini, Ecco, quando dici una cosa ne sei convinto e ti rendi conto persino di riuscire a comunicarla questa tua convinzione, però è quando un ragazzo come Federico ti scrive un messaggio come quello che ha scritto lui che ti rendi conto che il sogno che porti in giro per l’Italia non è un sogno, è realtà.
Perché “[…] nessuno è padrone di nessuna cosa, per quanta consistenza sia in lui o per mezzo di lui, finché delle sue doti non faccia partecipi gli altri”.
Grazie Federico.

Little big man

E’ accaduto ieri mattina. A Bacoli. Eravamo lì in attesa di incontrare Anna e Francesco. Cinzia saluta un suo amico. Me lo presenta. Mi colpisce il gesto dell’uomo che si passa il martello nella mano  sinistra e strofina forte la destra sui pantaloni da lavoro, prima di porgermela e stringere forte la mia. E’ un gesto che ho visto fare molte volte a mio padre. Per lui era un segno di rispetto. Di sé e degli altri. Sorrido. Sono i miei signa prognostica. Quel qualcosa nell’aria che ti dice che non finisce lì.

Cinzia chiede all’amico come sta il figlio. Sta così:
“Adesso sta bene. Dobbiamo aspettare. Sperare che non ci sia una recidiva. Sta nelle mani di Nostro Signore”. Gli occhi gli si sono fatti rossi. E lucenti. Le lacrime no, quelle riesce a trattenerle.
“Comunque ha finito il ciclo di chemioterapia e anche quello di radioterapia. Siamo stati fortunati, nelle sue condizioni e con le difese immunitarie così basse basta un niente e devi interrompere le cure, invece lui è riuscito a fare tutto proprio come si doveva fare”.

Cinzia prova a dirgli che sono una famiglia straordinaria, che stanno avendo un coraggio straordinario, che il fatto che la stanno affrontando tutti assieme è molto importante.
“Cinzia, noi il coraggio dobbiamo averlo per forza, è lui che a 17 anni è un ragazzo straordinario. Tutto è cominciato un anno fa, e appena si è capito di cosa si trattava ha detto che voleva sapere tutto, che non dovevamo nascondergli niente. Cinzia lo dovevi vedere quando siamo andati al policlinico a parlare con il professore che lo avrebbe preso in cura. E’ venuta fuori un’assistente che ci ha chiesto se dovevano parlare prima con lui o prima con la famiglia e lui ha detto ‘no, parliamo tutti assieme’.
Siamo entrati,  il professore ci ha spiegato la situazione, le difficoltà, i problemi, i pericoli, e quando ha finito lui ha detto ‘professore, che problema c’è, ci sono tante persone malate, capita a tanti poteva capitare pure a me, l’affronteremo, e magari ce la faremo’.
Cinzia, te lo giuro, quelli hanno a che fare tutti i giorni con malattie così, eppure per un minuto e mezzo nessuno ha avuto la forza di dire una parola. Sì, è il ragazzo che è straordinario, incoraggia la sorella che già tante volte ha sognato di perderlo, incoraggia la fidanzatina che per fortuna è una ragazzina a modo e gli sta tanto vicino, fa un sacco di progetti per il futuro. Ha detto che se ne vuole andare in Australia, a Perth, che diventa prima ingegnere in Italia perché lì gli studi costano troppo, e poi se ne va a lavorare per nove mesi là, anche nei campi, così matura il diritto a rimanere e cerca di costruire il suo futuro da ingegnere.
Mi devi credere, Cinzia, non so cosa darei per entrare per un minuto nella testa di questo ragazzo, per capire cosa pensa veramente, per potergli stare più vicino, ma no posso, nessuno di noi può, solo lui”.

Ho pianto. L’ho fatto con discrezione, mi sono girato, mi sono allontanato, ma non ho cercato di trattenermi. Certo che c’entra il mio carattere. C’entrano anche le mie ferite. Ma le mie erano soprattutto lacrime di affetto per questo piccolo grande uomo che neanche conosco e già mi ha raccontato, insegnato,  ricordato, un sacco di cose.

E’ il momento dei saluti.
L’uomo pulisce ancora la mano destra sui pantaloni. Gliela stringo forte. Gli dico “sono onorato di averla conosciuta”. Mi risponde, con gli occhi rossi rossi rossi, “sono io che ringrazio voi per avermi ascoltato”.
Si vede che mi sto facendo vecchio. Mentre andiamo piango ancora. Mi fermo qualche passo più avanti.  Cinzia attende con occhi affettuosi che mi passi. Sul marciapiede di fronte Anna e Francesco ci aspettano.

Nuvole di Omero e innovazione sociale: Societing Reloaded

societing

Vero, è passato un po’ di tempo da quando il mio amico Alex me lo aveva chiesto, ma vi assicuro che ne è valsa la pena. Sì, perché Societing Reloaded. Pubblici produttivi e innovazione sociale (Egea 2013), il volume curato da Adam Arvidsson e Alex Giordano, è straordinariamente ricco di idee, di possibilità, di futuro. Perché mettere assieme tante belle “cape” come quelle di Caterina Bandinelli, Michel Bauwens, Francesca Buttara, Anna Cossetta, Bernard Cova, John Grant, Salvattore Iaconesi, Oriana Persico, Jaromil, Riccardo Maiolini, Massimo Menichelli, Bertram Niessen, Irenangela Smargiassi e Barret Stanboulin non è mica cosa di tutti i giorni. E perché ci troverete il ragionamento più sensato che io sia riuscito a fare fino ad oggi sulle connessioni tra storytelling, cultura e cambiamento sociale. Sì, avete letto bene, l’ho intitolato Cloud storytelling e Societing organization. Non ve lo perdete. Non il mio articolo. Il libro.

La tela e il ciliegio. Testa, mani e cuore

Il 22 Marzo 2013, alla Feltrinelli Libri e Musica di Napoli, presentiamo il mio primo romanzo, Testa, mani e cuore, edito da Ediesse. Nello stesso giorno, su Youtube, va in onda La tela e il ciliegio, il film documentario diretto da Alessio Strazzullo con Antonio Zambrano e Jacopo Guedado Mele. Nel frattempo abbiamo aperto un blog, anzi no, un cantiere, che però ha già una piccola grande storia alle spalle. Alessio and me lo abbiamo pensato per per raccontare la prossima tappa di questo nostro viaggio che speriamo più che mai di vivere assieme a voi. Speriamo siate davvero in tante/i ad avere voglia di interagire.

Dedicato a Felicia

La storia, questa piccola grande storia, ha inizio qualche giorno fa quando Felicia Moscato, mia ex studentessa a Fisciano, ha pubblicato questa immagine su Facebook:

Dite che potevo sorridere o anche solo farmi i fatti miei? Potevo, ma non l’ho fatto, e ho commentato così la foto:
Felicia, non mi piace; per me come sai il lavoro va approcciato sempre con professionalità, di più, come se tu fossi il numero 1 al mondo e dovessi fare la cosa migliore del mondo. Poi, quando si arriva al risultato, si deve avere la capacità di accettarlo, e anche di imparare dagli errori. ma se fossi in te farei in modo che nessuno possa mai dirti che non hai fatto il tuo lavoro con professionalità :))))))))))))))))))))))

Felicia mi ha risposto così:
Prof. è un qualcosa di ironico questo…e credo che lei lo abbia capito benissimo…di solito cerco di non catalogarmi tra le persone che fanno qualcosa tanto per farla… :)))))))

Io, un poco imbarazzato, me la sono cavata con un “ottimo” che poi è finito sotto un commento di un’altra persona che proprio mi è sembrato orrendo ma questo in fondo non importa, le opinioni sono tutte legittime e non è che io pensi di stare lì a dover insegnare delle cose al mondo, mi piace molto di più imparare che insegnare.

Quello che importa, almeno a me, tanto, è che Felicia ieri, credo ha fatto una torta, questa:

e poi mi ha taggato in un post,  questo:
Prendendo spunto da ciò che mi ha detto qualche giorno fa; ieri mi sono vestita da professionista di dolci…. mi sono immaginata come la pasticcera migliore del mondo che dovesse confezionare la torta per l’evento più importante del mondo…a vedere il risultato mi sento molto soddisfatta…io, prof., non sono solo una futura sociologa, ma sono semplicemente ciò che oggi voglio essere…chi l’ha detto che bisogna essere una cosa sola nella vita per essere i migliori??? forse andrà contro qualche suo pensiero ma io sono dell’idea di poter diventare tutto…(ovvio, non un’astrofisica)…ci metterò più tempo degli altri ma alla fine io avrò più specialità da poter offrire al mondo…e questo per oggi mi basta….il mio sogno? essere un giorno ciò che il protagonista del film “Jerod: il camaleonte” è stato nella finzione…un sogno troppo in alto forse, irraggiungibile e impensabile, ma io fino a quanto riuscirò ad immaginare che sia possibile, voglio raggiungerlo questo traguardo…OK, SI, sono incontentabile…:)))))))

Posso dire che questo post di Felicia mi piace un sacco? Mi piace un sacco che lei sia tornata sulla questione, che non l’abbia considerata una cosa così. E mi piace ancora di più che mi abbia ricordato che “Siam molti”, proprio come nella poesia di Pablo Neruda, e che in questi molti che siamo, che è, lei ci si trova bene.
Grazie Felicia. Di cuore. Questo post è dedicato a te. Alla tua intelligenza. Alle tue passioni. Al tuo futuro.

Timu e Le vie del lavoro all’Università di Salerno

E’ stata la mia amica Bianca Arcangeli, prof. di Metodologia delle Scienze Sociali a Salerno, a chiedermi se avevo voglia di raccontare ai suoi studenti del primo anno la ricerca sul lavoro che stiamo portando avanti su Timu.
Detto che se mi chiedete cosa ho risposto vi tengo scompagne/i aggiungo che sono venuti anche un pò degli studenti del terzo anno che seguono il mio corso di Sociologia dell’Organizzazione e che il piccolo esperimento ha dimostrato, e vi assicuro che ce n’è bisogno, mamma come ce n’è bisogno, mica solo a Salerno, che studiare e lavorare assieme fa bene alla salute, degli studenti e dei loro prof.
Come provo a fare ogni volta in queste occasioni, la sera mi sono appuntato un pò delle cose dette e qualche considerazione utile per i vagabondaggi prossimi venturi; ve le segno qui, nel caso vi faccia piacere condividerle:

1. Timu e Fact Checking, le piattaforme Ahref per storyteller e citizen reporter che sulla base di un metodo condiviso decidono di raccontare storie, fare inchiesta, verificare notizie, in maniera partecipata.

2. Il rapporto tra Bella Napoli, il libro nel quale racconto la mia città attraverso la passione e il rispetto dei napoletani per il lavoro e Le vie del lavoro, l’inchiesta promossa da Fondazione Ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio per raccontare l’Italia attraverso la passione degli italiani per il proprio lavoro, la voglia di farlo bene a prescindere.

3. Perché la scelta di raccontare il lavoro ben fatto. Illustrazione dell’ ipotesi di partenza (esiste in Italia il lavoro ben fatto?), del metodo utilizzato (accuratezza, legalità, indipendenza, imparzialità), della tecnica di rilevazione adottata (testimonianza guidata da tre domande: un’immagine, un ricordo, un fatto che riassume come il lavoro è entrato nella vita dell’intervistata/o; il racconto del proprio lavoro, come si svolge concretamente; perché il lavoro vale, dà significato alle nostre esistenze), dell’obiettivo finale (il racconto dell’Italia che lavora bene a prescendere come leva per il cambiamento culturale – dare più valore al lavoro meno valore ai soldi; dare più valore a ciò che sai e sai fare e meno valore a ciò che hai – di cui ha bisogno il Paese).

4. L’incidenza della serendipity, il concetto di isomorfismo, i processi di competizione collaborazione, la possibilità di dare nuovo senso e significato ai contesti nei quali viviamo.

5. Illustrazione di alcuni esempi (lavoratrici nigeriane che fanno le sarte; Enzo Paparone, parrucchiere; Antonio Zambrano, ebanista; Costantino Menna, ingegnere dei materiali; Carmine Brucale, ricamatore; Geremia Pepicelli, ingegnere elettronico).

6. In che senso e perché “fare é pensare”, la discussione tra Hanna Arendt e Richard Sennett.

7. L’invito a interagire, partecipare, contribuire con le proprie storie alla nostra ricerca.

Grazie Lina

Alla letterina di Pasqua sono legati molti bei ricordi della mia famiglia. Papà che prima faceva finta di non vedere quello spigolo bianco che il piatto non riusciva a nascondere, poi si mostrava meravigliato, poi leggeva con sincera emozione la nostra letterina, poi dava mille lire ciascuno a me, ad Antonio, a Gaetano e a Nunzia. Mamma che non ce le lasciava neanche rigirare tra le dita, ritirava il bottino, faceva finta di consolarci con il suo “datele a me che ve le conservo io” tanto la sapevamo già che non le avremmo viste più. Poi l’inizio del pranzo, che era una festa in sé, perché in quegli anni là si mangiava così bene davvero solo a Natale e a Pasqua.
Stasera ho provato le stesse sensazioni grazie a Lina, che non ha ancora compiuto 7 anni, che ho conosciuto una settimana fa, che ho “tormentato” per tutto il pomeriggio e la mattina dopo dicendo che volevo buttare il suo orsacchiotto, che glielo volevo rubare, che l’avrei dato in pasto al cane, tra i rimproveri dei “grandi” e l’immancabile affettuosa avvertenza che da grande mi avrebbe odiato.  Io lo sapevo che non sarebbe andata così, sono un esperto nel settore, Irene e Valerie Gonzalez, le mie adorate nipoti, se lo ricordano ancora di quando, venti anni fa, ho staccato la testa della loro Barbie.
Il fatto è che i “piccoli”, fino a quando noi grandi non li roviniamo, sono come il Piccolo Principe, vedono con il cuore e non cogli occhi, ed ecco la letterina che Lina mi ha fatto avere attraverso Rossana e Castrese, i suoi zii.
Posso dire che mi ha fatto felice, ma così felice, ma così felice che non ho potuto tenerla tutta per me tanta felicità e ho deciso di condividerla con voi? Sono i “piccoli” ragazzi, è tutto qui, come direbbe Al Pacino di “Ogni maledetta domenica”. Anzi no, perché se anche noi “grandi” provassimo ogni tanto a guardare con il cuore e non solo con gli occhi questo nostro mondo sarebbe un pò meno ingiusto, e le nostre vite un pò più belle.

Una vita da operaio. Da operaia. Naturalmente su Timu

Racconta la tua storia di fabbrica su Timu

La fabbrica è la vita
di Giuseppe Argentini

La fabbrica = la vita. La vita = la fabbrica.

Un paese in Abruzzo (la fabbrica) di circa tremila persone, su un cucuzzolo, attorno altri cucuzzoli con altri paesi simili.
Campagna, fossati, sali e scendi tutt’intorno, neve e freddo d ‘inverno caldo d’estate, abitazione, non di proprietà, come il resto, orto, animali ecc. Si dorme in uno scantinato, lenzuola umide.
Licenza di scuola media inferiore, meno male, almeno quello, anche se poco mi è servito, non per quello che ho imparato ma per il titolo. Dopo la scuola, in una bottega di falegname, imparo subito ad usare le macchine e vari attrezzi.
Di giorno si usano le macchine e al mattina presto si assemblano i pezzi, il padroncino, benevolmente per riconoscenza, lascia le sigarette nel cassetto del bancone e al mattino una pizza, dal vicino forno, con zibibbo, qualche volta al cinema, mi sentivo un pò grande, anche questo mi servirà.
Arrivo a Roma, a 19 anni, in una bottega di falegnameria, si dorme si mangia ci si lava a bottega, pochi soldi, appena basta per sfamarsi con pane e qualcos’altro.
Ero un emigrante in piena regola, mi sentivo a casa d’altri, paura di andare fuori zona, se ci andavo usavo il filo di arianna, mentalmente. Guardavo gli altri, tanta gente, ma ero solo.
Cambio lavoro. In un sottoscala vicino a Roma, grande città, poi alla periferia fuori Roma, sempre lo stesso, dormo nella fabbrichetta, grazie al padrone che in cambio mi insegna a controllare i forni elettrici per la cottura di ceramiche, spegnere il forno a temperatura giusta, non addormentarsi perché se passa di cottura si butta tutto, imparo presto per necessità, a volte mi sembra di essere necessario e avanzo qualche pretesa, qualche soldo rimane, c’è anche per il cinema, non voglio tornare al paese.
Si mangia un pò meglio, si compra una pagnotta che si riempie di pomodoro e carne in scatola, va bene per colazione pranzo e cena, la pancia si riempie, si compra qualche maglione desiderato.
Niente busta paga, niente contributi. Mai nessuno si interessa a te. Menomale. Altrimenti chissà.
Poi all’improvviso c’è un motivo per continuare, una ragazza, i problemi come la novità aumentano con passi da gigante, ha idee di sinistra, idee proprie, di un principio che non capivo, non pensavo che c’erano idee e convinzioni così diverse da quello che mi avevano insegnato a casa, a scuola di cui non si parlava mai.
Ma mi piacevano, piano piano le facevo anche mie. Ho dovuto cambiare tutto un modo di pensare. Non sapevo che dire, che fare, come comportarmi.
La prima tessera della CGIL anni 1958/59, il giornale l’Unità. Iniziavo a vedere, mentre guardavo le cose. Poi il militare, dove finalmente si mangia, la colazione, la cena. La pasta asciutta, la carne tutti i giorni, con il soldo e qualche cento lire da casa, si dorme su un letto asciutto, mi sento meglio, anche perché c’è qualcuno che mi scrive spesso e mi aspetta.
Non so come sarà il ritorno a casa. Dopo il militare con l’esperienza nei forni, trovo un lavoro in una nuova fabbrica, si fanno i turni così si guadagna di indennità, menomale c’è un vero lavoro, circa 30.000 lire al mese, ci siamo sposati, 15.000 lire di affitto. Finalmente una casa vera. Dopo un pò, ritardi nella retribuzione con continui richieste di arretrati, il padroncino a volte mi dava qualche spicciolo, diceva che se lo toglieva dalla tasca propria per darli a me, niente contributi per la pensione, dieci anni persi.
Arrivano i figli. Serve qualcosa di meglio, più soldi, specialmente con puntualità. Altrimenti sono problemi. Non si riesce a fare debiti, come tanti, si compra con quello che si ha con preoccupazione. Si parla di chiusura. Prima che la fabbrica chiude trovo un altro lavoro, un’altra fabbrica, ci vuole il patentino, ci provo faccio tirocinio, ci riesco, sono un operaio qualificato. Dopo qualche anno chiude anche questa.
Un’altra fabbrica nuova, lo stesso lavoro, l’impegno sul lavoro mi evita problemi e c’è qualche compenso in più. Ma sempre presente anche nei festivi. Dopo qualche anno le cose non vanno bene, si prospetta la chiusura. Ancora la ricerca del lavoro.
Finalmente una fabbrica medio grande, solida, farmaceutica, ancora con i turni continui, serve costanza e sacrifici per migliorare nel lavoro e ottenere qualche extra, i figli sono tre. Cercare di aumentare di livello, servono più soldi, assumersi qualche responsabilità.
Acquisto esperienza, il lavoro è impegnativo, aggiornarsi di continuo per lavorare in sicurezza, evitare incidenti. Serve continuo impegno. Bisogna muoversi con cautela, visto anche la militanza politca/sindacale, anni 1974/75. In alcuni casi c’è stato discriminazione, ripicche. Ma è necessario partecipare.
Il caporeparto, in più occasioni, quando trovava un nuovo elemento disponibile, ha provato a sostituirmi, ma un’esperienza non si improvvisa. Allora rinunciava. Mi doveva accettare, e questo per 20 anni, mi rimproverava la militanza, i consigli ai nuovi assunti, a volte la protezione.
Le assemblee, gli scioperi, i rinnovi contrattuali, le discussioni infinite erano costruttive, si doveva trovare un accordo, una soluzione, sempre attenti ai cambiamenti, pronti a recepirli.
C’è stato un cambiamento con l’automatismo dell’impianto, il computer che gestisce, ti evita i turni ma ti chiama in caso di allarme, a tutte le ore, interrompi il pranzo di compleanno del figlio, era difficile da accettare dopo 30 anni di gestione manuale.
Anno 1990. All’idea ero contrario, poi ho accettato per sfida, qualche collega ha avuto qualche problema. Momenti di sconforto, famigliari preoccupati.
Visto le conoscenze acquisite, i progettisti mi hanno chiesto di scrivere tutte le procedure che conoscevo: di avviamento, di spegnimento, di controllo, di inserire e disinserire una macchina, di tutte le anomalie che conoscevo, è stato accettato anzi ho esagerato in sicurezza e controllo dei punti di riferimento, pensando al futuro. Abbiamo inserito nuovi elementi. Cosa importante è stato l’approccio col computer. Però altri ottenevano promozioni mentre io rimanevo al mio posto forse per le idee politiche e sindacali.
La fabbrica è la vita intera. Te ne accorgi dopo, quando all’improvviso si parla di mobilità, cassa integrazione, prepensionamento. Non sai cosa pensare. Sei nella lista? Che farai? Nel mio caso mancava qualche anno alla pensione, nel lavoro di controllo impianto ero rimasto da solo con il computer, in alcune manovre manuali mi accorgevo che facevo fatica, allora ho chiesto aiuto anche in previsione di preparare un sostituto.
Le promesse c’erano ma dalle risposte tipo “abbiamo i diplomati che hanno studiato perciò sono in grado di sostituirti” capivo che non c’era volontà di preparare i futuri gestori impianti adeguatamente. Ero preoccupato per la sicurezza e visto che in 40 anni di lavoro su impianti ritenuti pericolosi, generatori di vapore, non avevo avuto nessun incidente, perché aspettare?
Ho chiesto l’inserimento alla seconda lista di mobilità, dopo un mese ero fuori dalla fabbrica.
Una nota sconfortante, avevo due scatoloni di appunti, accumulati durante le varie modifiche all’impianto, su come gestire l’impianto, varie soluzioni ecc., nessuno lo ha voluto, ho buttato tutto.
In fabbrica il mondo è migliore che fuori, con le amicizie, la collaborazione, le occasioni che aiutano anche all’esterno, sei in contatto con il mondo intero. Fuori la fabbrica c’è meno opportunità, non sai dove cercare.
Avevo deciso che andando in pensione non avrei fatto altri lavori, anche per la poca prospettiva dei giovani.
L’improvvisa uscita dalla fabbrica crea qualche problema, esci al mattino alla stessa ora con la scusa di comprare il giornale, ogni giorno non sai cosa sta succedendo, sei amareggiato. Visto che avevo un anno di mobilità mi sono offerto, al Comune dove risiedo, hanno accettato, ho fatto un pò di lavoro socialmente utile.
Comunque non andava bene, visita dal medico, con diagnosi malattia del pensionato, la soluzione era di trovarsi qualche lavoretto che ti impegna, ma avevo deciso di no, visto che già mi pagavano con la pensione. Gioco col computer ma non basta.
Ti ritrovi i vicini di casa quasi sconosciuti, amicizie sono rimaste in fabbrica, col tempo si dimentica.
Fuori la fabbrica non ho trovato nulla, non si sa a chi rivolgersi, bisogna ricominciare come il primo giorno in fabbrica. Ho cambiato di nuovo fabbrica, ma questa volta anche un nuovo lavoro che non conosco.
Ho pensato che dovevo imparare a fare il pensionato, come potevo rendermi utile. Ho iniziato con il volontariato, e venuto l’Euro bisognava informarsi, informare, portare l’Euro nelle scuole, nei centri anziani.
Ho visto che i bimbi non giocano con giochi manuali, tutto elettronico, mi sono ricordato di alcuni giochi antichi, rompicapi ecc. e con questi ho frequentato le scuole.
I bimbi li hanno apprezzato, anche gli adulti.
Ora ricopio qualche gioco, trovo la soluzione e poi li regalo. Ho imparato a fare il fannullone e lo faccio bene. Ma non so se mi piace e non posso fare altro.

Menna, chi è costui?

Dato che non lo sapete ve lo dico io: Costantino Menna, 27 anni, da Carbonara di Nola, provincia di Napoli. Si è diplomato al liceo scientifico con 100/100, si è laureato in ingegneria con 110 e lode, è PhD student del Dipartimento di Ingegneria Strutturale, ha un cv da paura per la sua età e poi gioca a pallavolo, campionato di prima divisione, ha una fidanzata splendida almeno quanto lui, esce con gli amici, perché insomma non abbiamo aperto la sezione “secchioni”, sì, “secchione” non è la parola giusta, quella giusta è  “impegno” ma su questo sapete già come la penso, basta andare alla voce “fare bene le cose perché è così che si fa”.
Costantino in queste ore sta volando verso la Pennsylvania, destinazione Penn University, su Timu nei prossimi giorni cominceremo a raccontarvi per fare cosa e perché. Sì, perché Costantino ha accettato di raccontarci la sua esperienza lì, di interagire con noi, noi nel senso di me e voi, nel senso di tutti quelli che hanno interesse e voglia di paretecipare a questo blog collettivo a cui spero daremo vita a partire daiprossimi giorni, non appena Cstantino avrà disfatto le valigie e si sarà un attimo ambientato. Sì, spero siate in tanti a partecipare, soprattutto tanti giovani, e tra i giovani i tanti Costantino, nel senso di ragazze e ragazzi normeli, brave/i e preparate/i, che sono in giro per il mondo per conquistarsi un pezzo di futuro. Partecipare è semplice, basta registrarsi su Timu, condividere il metodo che viene proposto, e postare le vostre storie e le vostre opinioni nello spazio commenti. Buona partecipazione.

 

Lettera a una Professoressa Atto Secondo

Alle ragazze e ai ragazzi del Liceo Carducci di Nola l’ho detto ma voi lì non c’eravate e perciò lo ripeto qui: il prossimo numero di “Questione di Senso”, la mia rubrica su Rassegna Sindacale, sarà dedicato a loro, al valore del loro lavoro, all’impegno con il quale hanno letto Bella Napoli, alla bellezza delle storie che hanno raccontato e che potete leggere su Timu. Quello che ci siamo detti non ve lo racconto, perché altrimenti Stefano Iucci mi ammazza, a ragione, non è che posso scrivere su Rassegna una cosa riciclata. Vi dico invece che quello che avevo scritto nel post “Lettera a una professoressa” è più che mai attuale, che raccontare il lavoro nelle scuole è un’idea che vale, che il fatto che le/i ragazze/i raccontino le “loro” storie e acquistino consapevolezza di quanto il lavoro sia importante nelle vite delle persone che hanno intorno, papà, mamma, parenti, amici, rappresenta una piccola grande rivoluzione culturale, che se diventiamo sempre più in tanti a raccontare le “nostre” storie invece di quelle, l’esempio non è a caso, che ci propina la televisione, possiamo pensarci meglio, vivere meglio, costruire un futuro migliore prima di tutto per le generazioni che verranno. Mi fermo qui, anzi no. Questa storia cominciata con Caterina Vesta e il Liceo Novelli di Marcianise e continuata con Mariagiovanna Ferrante e il Liceo Carducci di Nola non è detto debba finire qui. Voi rileggetevi la lettera a una professoressa. Io aspetto la prossima chiamata.

Le vie del lavoro. Rendiconto attività

17 ottobre 2011 – 9 gennaio 2012

19 partecipanti, compresi Cinzia, Alessio and me.
18 video interviste, 16 audio interviste, 29 foto e 10 documenti pubblicati su Timu, il civic media che Fondazione Ahref ha messo a disposizione dei cittadini reporter che hanno voglia di condividere un metodo, di fare inchiesta partecipata, di cambiare il proprio rapporto con la notizia, l’informazione, la conoscenza.
1 comunità, con al centro Castel San Giorgio ma che attrabersa Siano, Bracigliano, Nocera Inferiore, che attraverso la nostra inchiesta sta rappresentando la propria voglia di fare bene le cose che fa, l’approccio che spingeva gli artigiani della zona a esporre nella propria bottega la scritta “ciò che va quasi bene … non va bene”, quello stesso che muove oggi persone così uguali e così diverse come Gennaro Cibelli, Sabato Aliberti, Francesco Di Pace, nella ricerca di nuovi percorsi attraverso i quali rinnovare e rafforzare questa cultura del fare bene.
2 comunità con una storia e un presente molto forte, molto complicato, molto bello, Rione Sanità (Napoli) e Castelvolturno (Caserta), che intravedono nel nostro civic media, nelle nostre botteghe, un’opportunità intorno alla quale costruire un’altra tessera del faticoso mosaico fatto di cultura, lavoro, legalità, educazione, impresa, sviluppo che li vede impegnati ogni giorno, con passione, rigore, impegno.
Un po’ di buoni semi piantati qui e là per l’Italia, a Varese, a Gazzada (Va), a Roma, a Milano, semi che coinvolgono grandi e piccoli, scuole, università, fabbriche, uffici, media, intorno all’idea che raccontando storie di lavoro si possa raccontare e anche un po’ cambiare l’Italia, si possa ridefinire l’indice delle priorità, spostare l’ago della bussola dai soldi al lavoro, da ciò che hai a ciò che sai e che sai fare.

Sì, tutto questo mi piace. Mi piace la passione e l’impegno che ci stanno mettendo, nella forma e nei modi possibili per ciascuna/o, Alessio, Cinzia, Gennaro, Santina, Carlotta, Roberta, Sabato e tutta la Bottega de Le vie del Lavoro. Mi piace la gratitudine che sento verso Fondazione ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio perché hanno creduto nell’idea e hanno creato le condizioni perché diventasse realtà. Mi piace essere consapevole della tanta strada che ancora c’è da percorrere affinché i 10 cittadini reporter che abbiamo incrociato fin qui diventino 100 e poi anche 1000. Mi piace l’idea che intorno al nostro civic media e alle nostre botteghe cresca un nuovo modo di essere cittadini e di fare informazione. Mi piace pensare che non sono esagerato se scrivo che si gioca qui, sul rapporto tra il cittadino e l’informazione, un pezzo di partita importante per la qualità e il futuro della nostra democrazia. Mi piace sentirmi fiero, sì, fiero, del fatto di esserci anch’io.
Arrivederci al 31 marzo 2012, quando scriverò il prossimo rendiconto. Spero che per allora siate davvero in tante/i sulle vie del lavoro.

Buon Anno


A vederlo così, con tutta quella pioggia, il buio, i cattivi pensieri, in casa io, il freddo, il mac, l’iphone, l’ipad, decisamente troppo poco per giornate così, sembrava proprio un bad day, uno di quelli che da far correre in fretta che per fortuna la sera ci vediamo per mangiare la pizza da Cinzia con Carmela, Viviana, Francesco, Pasquale and me, of course.
E invece no. Prima me ne sono andato da Riccardo, ho mangiato wafer e cioccolata con le nocciole che è la sola che quando la trovo clicco su “mi piace”. Poi sono tornato da me e su Alex mi ha detto mi ha detto che Bella Napoli era su su Ninja Marketing. Poi mi ha scritto Renato Della Corte, la sua storia la potete leggere su Timu, si intitola Della Corte San, non ve la perdete, se non vi piace poi mi citate per danni.

Renato è laureato in lingue, ne conosce una montagna, compreso il giapponese, è maestro di chitarra regolarmente laureato al conservatorio, è sommelier con tanto di diploma, ha lavorato in Giappone, in Italia e adesso lavora a Londra proprio come sommelier. Ecco cosa mi ha scritto:
Ciao Vincenzo, sono a Napoli per le feste natalizie. Ho pensato spesso a te ed ai tuoi libri mentre ero a Londra, a questa necessità di fare bene le cose, anche le più piccole, ma farle al meglio. Devo dire che più lavori a certi livelli, a livelli lavorativi elevati intendo, più notano soprattutto quelle. Sì, nel mio lavoro sono attenti anche a come va una scorza di limone nel bicchiere,  a come pieghi un fazzoletto, anche se è il tuo, quello da lavoro. Potrei farti una lista lunga ma il senso è sempre quello: bisogna amare quello che fai, bisogna farlo con la massima dedizione. Riparto il 3 gennaio, spero di riuscire a salutarti prima, intanto ti lascio gli auguri di buon anno.

Buon anno, sì. Un pò mi dispiace che ragazzi come Renato trovino il loro futuro a Londra, un pò sono contento di questa bella Napoli formato esportazione. Dite che verranno tempi migliori anche per noi. Io ci spero. E mentre spero continuo a raccontare storie continuo a cercare compagne/i di strada disposte/i a racocntarle con me. Sì, racconteremo il sogno, ma solo fino a quando non sarà diventato realtà.

Rione Sanità al Pan

Questo il video che la web tv del Comune di Napoli ha dedicato alla bellissima presentazione di Rione Sanità organizzata al Pan dalla mitica Rossana Di Poce con la partecipazione dei Mondu Rua, di Ornella Iuorio, di Francesca Di Martino, di Luigi Augusto Malcangi, di Enzo Porzio e naturalmente Cinzia Massa and me. Poi più avanti pubblicheremo anche quello by Alessio, ma per intanto questo ce lo godiamo tutti belli belli e contenti contenti.

L’albero di casa mia

Nel Facebook World è Piratessa Dei Mari. Come @mica me l’ha suggerita Elisa Vitolo, mia @mica salernitana che a Venezia è diventata mia amica, che lei il libro l’aveva già comprato e letto e allora ne ha comprato una copia per la sua amica, la Piratessa in questione, mi ci ha fatto scrivere una dedica, e gliela ha inviata.
Quando sempre lei, la Piratessa, mi ha scritto per dirmi che il libro le era arrivato le ho chiesto, come faccio con tutte/i che poi è normale che c’è chi lo fa e chi invece no, di scrivere qualche rigo di recensione. Il risultato è quello che potete leggere qui, corredato di mail e di immagine di accompagnamento .

di PIRATESSA DEI MARI
Ciao Vincenzo, come promesso ho scritto un commento sincero una volta finito di leggere Bella Napoli, eccolo qui sotto, ho cercato di essere sintetica, ma per esprimere certi concetti è difficile … ti allego anche la foto che ho scattato il giorno in cui mi è arrivato, grazie per aver scritto Bella Napoli!!

Caro Vincenzo, ho finito di leggere le 225 pagine della nostra Bella Napoli, che come sai, sono giunte a casa mia in un giorno speciale! In Bella Napoli ci sono anch’io, come ti avevo detto prima di leggerlo, ne ho avuto conferma già alla prima pagina.
Anche se ci ho vissuto solo un anno, posso dire che, quello vissuto a Napoli è stato l’anno più bello della mia vita, perché ho udito parole e conosciuto persone che non dimenticherò mai!
Da quando ho lasciato la Campania (quasi 12 anni fa) la mia valigia è sempre stata sul letto, ed è inutile negare che dentro, nella tasca segreta, c’è sempre stata la speranza che tutto potesse cambiare. Ma purtroppo, quella speranza è rimasta sempre chiusa in quella tasca segreta, perché si sa, sono una sognatrice.
Vincé (scusa la confidenza dell’accento) se ti dico:”CASA” Sinceramente cosa pensi, cosa ti viene in mente? Non posso indovinare la tua risposta, perché non ti conosco bene, ma posso dire la mia: ”CASA è un posto, dov’è custodito il segreto che rende speciali alcune persone”.
Quel che è certo, è che vi sono CASE e case, ed è proprio quando la casa è un disastro che è difficile trovare la spinta giusta, quella che ci da il coraggio e la forza di “fare bene quello che facciamo!”.
Purtroppo,se nasci nella “casa” disastrata pure sognare è difficile, è quando intorno a te ci sono muri di gomma, qualsiasi cosa si faccia o si dica per migliorare la condizione, se perde sulo ‘o suonno e ‘a fantasia!
Nel tuo libro ho letto di persone che convivono con mille disagi, che hanno vissuto disavventure “forti”, con le quali ho convissuto anch’io.
Nessuno può scegliere in quale famiglia venire al mondo, tanto meno in quale città, e per fortuna io sono nata a Napoli! :-)
Penso che nell’ultima frase della prefazione di Bella Napoli, ci sia rinchiuso tutto un mondo fatto di sogni e speranze, che vivono nel cuore di tutti quelli che fanno di Napoli una BELLA NAPOLI: ”Essere felice a Napoli!”
Personalmente, penso che la felicità non esiste, o meglio, che sia una parola che illude soprattutto quelli che la cercano assiduamente, pensando chissà cosa sia o in che luogo si nasconda.
Di sicuro non è felice chi deve andarsene dalla propria città, in cerca di una vita migliore, che poi migliore non è, diciamoci la verità! Poi, anche se la vita un giorno decide di regalarti la possibilità di ritornare, quando ritorni ti rendi conto che tutto è cambiato, che tutti sono cambiati, gli amici, la famiglia, i nomi delle strade, quel negozio non c’è più, mentre tu pensi di essere sempre lo stesso, ma forse sei cambiato anche tu, insomma, ci si sente come un albero senza più radici.
La mia storia di passione con Napoli è cominciata appena l’ho vista, mi innamorai subito di lei, ma forse la storia è iniziata ancor prima che nascessi. Nemmeno quando ci innamoriamo scegliamo o sappiamo di chi, quel che è certo è che amare non è facile, perché non si può amare solo quando fa comodo o quando è facile!
E amare Napoli non è certo facile, così dicono, perché a munnezza, a camorra, ‘e quartieri malamente.
Napoli per me è allo stesso tempo:”Le perle davanti ai porci” e “La città più bella del mondo”.
Non saprei come altro definirla.
Quando nel tuo libro dici: ”Napoli non è solo Gomorra e munnezza!”, sarà pure una frase banale, come dici tu ma, peccato siano così pochi quelli che lo pensano!
Vincè (scusa sempre l’accento che mi scappa) sinceramente, pensi che se tuo padre non fosse stato un lavoratore onesto e tua madre un’artista nel friggere il pesce con l’acqua, tu avresti scritto lo stesso Bella Napoli?
Non so se sono riuscita a spiegarmi bene, ma come dico sempre, tra le righe si legge molto più di quello che c’è scritto.
La Bella Napoli c’è, vive nel cuore delle persone che hai raccontato nel tuo libro, e in quelle che ancora non hai conosciuto, che sono nell’ombra, nascoste nella vita di tutti i giorni.
Queste 12 storie sono come una speranza sempre accesa, come foglie di uno stesso albero, vite legate da uno stesso filo, che pure se il vento ha portato via lontano forse non ha mai spezzato!
Continua ad innaffiare l’albero Vincè, vedrai che di foglie buone ce ne saranno ancora!!
Grazie per l’attenzione.

Le vie del lavoro e Timu a Radio Articolo 1

Metti un pomeriggio in radio. Emiano Sbaraglia, Stefano Iucci and me. La radio ė Radio Articolo1. L’occasione ė data da Le vie del lavoro, l’inchiesta promossa da Fondazione Ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio, e da Timu, il civic media a disposizione dei cittadini reporter che intendono fare informazione partecipata e di qualità.

Il risultato? Quello che potete ascoltare cliccando qui. Buon ascolto.

Bella Napoli. Storia della mia gente

Dite la verità, voi l’avete avuta una prof. di matematica che il primo giorno di lezione, classe prima, liceo scientifico, vi ha chiesto di scrivere sulla lavagna due cose due che amate e due che invece non sopportate? Se la risposta è no non vi scoraggiate, non l’ho avuta neanch’io. Io però ce l’ho per amica, un’amica vera, di quelle che ad averle ti si scalda il cuore perché lo sai che ci sono anche se lei vive a Catania e tu a Napoli. Un’amica che ti scrive per dirti che ha comprato una copia di Storia della mia gente e una copia di Bella Napoli e li ha dati da leggere a Simone S. e Giovanni M., ragazzi di prima, suggerendo loro di trovare qualche parallelismo, e che quello che ti ha mandato è il risultato del loro lavoro.
Ho chiesto a Concettina, sì, scusate, magari non tutti la conoscete, la mia amica è Concetta Tigano, perché ha scelto proprio loro, e la risposta è stata “perché Giovanni è un ragazzino molto maturo, impegnato, legge libri, giornali, e la cosa non che isa proprio così usuale alla sua età, Simone invece mi ha sorpreso quando il primo giorno, per rompere il ghiaccio, ho fatto scrivere ai ragazzi alla lavagna due cose che amavano e due che non sopportavano e lui ha scritto il ’68 tra quelle che amava e l’arroganza tra quelle che non sopportavano”.
Solo a questo punto ho cominciato a leggere, e vi dico solo che sono stato contento, perché adesso tocca a voi leggere, e mi piace che lo facciate senza troppe chiacchiere da parte mia.  Ah, solo una cosa ancora: ma avete visto come ci sta bene il titolo del libro di Nesi come sottotilolo di Bella Napoli. No, non è per un attacco di megalomania, ho tanti limiti ma non sono stupidi, è per dire che questa idea di raccontare la propria gente è un’idea bella, che vale, che si può contribuire in molti modi, con i libri o anche con le inchieste, come stiamo cercando di fare con Le vie del lavoro. Basta, mi fermo qui, altrimenti finisco per fare troppe chiacchiere.

From Storie della mia gente to Bella Napoli
di Simone S. e Giovanni M.
“L’Italia è (oppure “era”…) una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
Il celebre primo articolo della Costituzione racchiude in poche parole tutta l’importanza del lavoro per la vita di ogni singolo cittadino e di un’intera comunità.
Mentre scriviamo queste poche considerazioni sul lavoro, decine e centinaia di lavoratori stanno trascorrendo le loro ultime ore di lavoro o stanno manifestando perché sono in procinto di perderlo. Davanti a loro non vedono più futuro o progetti per sé o per i propri figli, vedono solo un quotidiano fatto di rinunce e di speranze, un presente basato sulla precarietà.
Se è vero che il lavoro è necessario in primo luogo per la sussistenza, cioè per procurarsi i beni primari per la sopravvivenza propria e della famiglia, esso è anche funzionale a una dignitosa esistenza. Il lavoro per essere tale deve conferire dignità, altrimenti è pura schiavitù o sfruttamento. Resta da capire appunto se il lavoro precario non abbrutisca o demotivi il lavoratore al punto tale da fargli perdere ogni tipo di progettualità e di amore per il lavoro. Si perde così anche la nozione di mestiere: questo spesso si tramandava di padre in figlio ed era un valore sicuro per la comunità che poteva ricorrere ad artigiani o tecnici esperti. Oggi purtroppo si usa soprattutto il termine occupazione, come se una persona dovesse soltanto riempire uno slot, liberatosi fortunosamente dopo un’attesa simile a quella che precede la agognata vincita a una lotteria.
Non dimentichiamo, poi, che il lavoro contraddistingue anche la storia di un popolo, ne è il motore, assieme ai suoi principi democratici. Un popolo che lavora è fondamentale per uno Stato che vuole progredire e prosperare in un contesto internazionale, mantenendo la propria sovranità e la propria specificità. Le recenti vicende legate alla stabilità dell’euro hanno appannato la fisionomia classica dello stato che può restare solido e a sé stante e hanno fatto capire come i destini economici possono influire sulle opportunità di lavoro di intere generazioni. Un’intera generazione, hanno detto molti, resterà invisibile, andrà perduta, resterà fuori dalla storia, proprio perché non troverà un lavoro o ne afferrerà solo periodici frammenti.
Un tratto caratteristico e innovativo della realtà economica e industriale italiana, un esempio per tutto il mondo, sono state le Piccole e Medie Imprese (P.M.I.). Queste fino a poco tempo fa erano una splendida storia di successo sia di operai sia di dirigenti, che, fondando il tutto su rispetto e collaborazione reciproca, davano vita ad attività industriali e a produzioni di qualità, che portavano ricchezza anche all’indotto, cioè alle piccole fabbriche o manifatture del luogo che si occupavano della produzione di componenti o accessori richiesti dalle P.M.I. Un celebre caso, reso noto al pubblico solo nel 2010, è contenuto nel libro (vincitore tra l’altro del Premio Strega ) di Edoardo Nesi “Storia della mia gente” che parla di come una P.M.I (un maglificio), nata nel dopoguerra, sia riuscita a diventare una grande impresa per poi essere venduta nel 2004 e vedere il declino non solo dell’azienda ma anche città stessa, che era diventata famosa e rinomata appunto per la produzione di tessuti.
Oggi il lavoro è un valore in crisi sia da un punto di vista puramente economico (i danni a seguito del crollo finanziario del 2008 sono stati ingenti,con aumento di disoccupazione e della precarietà, licenziamenti…), sia etico. Se l’Italia è diventato un paese di poche speranze e con scarse opportunità, in primo luogo per le generazioni più giovani, è perché alle vie del lavoro e della partecipazione ha preferito quelle della ricchezza senza capacità, del comando senza responsabilità, della notorietà senza merito. Perché, a fronte delle tante persone che portano a termine ogni giorno il loro lavoro con passione e con lo scopo di dare un senso alla propria stessa esistenza, ve ne sono altre che danno poca importanza a quello che fanno ritenendolo scontato, o che hanno un’occupazione per loro frustante o insoddisfacente, magari perché sentono quel lavoro estraneo, una forzatura o perché non accettano con senso di umiltà il lavoro per quello che è. Si tratta spesso di persone che non credono che il lavoro possa effettivamente migliorare le condizioni della comunità, che lavorano per portare a casa lo stipendio, non per imparare qualcosa ogni giorno dai propri maestri e dai colleghi, le cui conoscenze sono quanto di meglio il mondo del lavoro possa offrire in termini umani.
Lasciando da parte quelli morali, i motivi materiali dell’attuale “crisi del lavoro” sono da riscontrarsi in una sconcertante e spaventosa disoccupazione giovanile che sfiora il 30%. I giovani, nonostante la loro preparazione al lavoro corredata da lauree e masters, fanno fatica ad inserirsi per il troppo lento e macchinoso ricambio generazionale: i vecchi lavoratori occupano per troppo tempo il proprio posto per poter permettere già ad un giovane di sostituirlo. Inoltre, il nostro paese non valorizza affatto i neolaureati, inducendoli a lasciare l’Italia per trovare stabilità economica e riconoscimento dei loro meriti altrove. Sono questi i presupposti alla base del fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga”, difficile da arginare, se lo Stato non interviene con opportuni incentivi e non finanzia con mezzi idonei la ricerca.
Un elemento che può sembrare contro corrente è rappresentato dall’occupazione di immigrati. Gli immigrati oggi nel nostro paese fanno lavori umili che ormai la maggior parte dei cittadini italiani non vuole fare perché mal retribuiti o faticosi, come il bracciante nei campi di pomodori, le pulizie domestiche o il lavoro di badanti. È innegabile il fatto che molti di questi immigrati lavorano in nero, senza diritti e coperture assistenziali. È pur vero, tuttavia, che essi contribuiscono notevolmente alla crescita del nostro PIL, anche perché molti di essi sono contribuenti e consumatori. L’Italia dovrebbe prendere come modello altri paesi; nel Regno Unito, per esempio, dopo la Seconda guerra mondiale, moltissimi immigrati provenienti dalle ex-colonie inglesi, dopo essere approdati nei porti di Sua Maestà, con pazienza e dedizione sono arrivati anche ad importanti ruoli nella società. Dunque non deve sorprendere se si possono trovare manager indiani o kenioti, ruolo che in Italia non è ancora così frequente.
Perché allora una realtà di questo tipo non può esistere nel nostro paese? La risposta è da ricercarsi, purtroppo, soprattutto nel diffuso pregiudizio secondo cui “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani”. Un focolare di diffidenza spesso alimentato da partiti politici, che, anzi, ritengono gli immigrati una delle cause della crisi, ma anche radicato nella mentalità di alcuni strati sociali.
Allo stesso modo, i cittadini del Mezzogiorno a volte vengono discriminati in certe sedi di lavoro al nord proprio per razzismo e pregiudizi, secondo cui i “terroni” sarebbero ignoranti e poco professionali nel proprio lavoro. Invece tutto ciò è ben lontano dalla realtà, come sottolinea il libro “Bella Napoli” di Vincenzo Moretti, nel quale sono raccolte dodici storie di cittadini napoletani, storie di lavoro, di passione e di rispetto, che ci offrono spunti di speranza e di ottimismo nella Napoli fatta di mafia e corruzione raccontata in Gomorra da Roberto Saviano.
Ora, nonostante i problemi già esistenti, la situazione sta peggiorando con le misure varate dal governo Monti che, pur necessarie, aggraveranno la situazione. Bisognerà agire presto, quando la situazione finanziaria si sarà assestata, per migliorare l’accesso al lavoro soprattutto dei più giovani e favorire il ricambio generazionale. In fondo una società basata sul lavoro e sui diritti costituzionali è una società civile e democratica, ma, se fosse basata sul lavoro giovanile, essa sarebbe ancora più giusta e proiettata verso un futuro positivo, fondato su idee fresche e nuove, su una progettualità creativa che solo i giovani possono avere.
Non usiamo il lavoro come un vuoto slogan politico o sindacale. Il lavoro è frutto di sacrificio, va conquistato dopo anni di studio e di pratica in bottega o in officina o in laboratorio. Il lavoro non è merce di scambio, non è favoritismo, è giusta ricompensa data al merito.

Hanna, le macchine e noi

A coinvolgermi nell’evento ItaliaCampania è stato il Ninja più incredibile che io conosca, Alex Giordano.

Il tema era Le nuvole nel Paese del Sole, Cloud computing, augmented reality e open data, le previsioni dicono: nuvole all’orizzonte nel Paese del sole.

La citazione di Hanna Arendt dalla quale sono partito è stata questa: “discorso e azione sono le modalità in cui gli esseri umani appaiono gli uni agli altri non come oggetti fisici, ma in quanto uomini. Questo apparire, in quanto è distinto dalla mera esistenza corporea, si fonda sull’iniziativa, un’iniziativa da cui nessun essere umano può astenersi senza perdere la sua umanità.

La scaletta che mi ha guidato nei miei 5 minuti è stata questa:
Arendt – Discorso – Azione – Iniziativa – Umanità
Rapporto Uomo Macchina – Replicanti e Robot
Efesto e Pandora – Linux e Artigiani – Capacità di individuare e risolvere problemi
Processi di competizione collaborazione
Rapporto tra il talento (le persone) e l’organizzazione (le strutture)
Il lavoro ben fatto

Le mie fonti sono state:
Vita Activa di Hanna Arendt
L’uomo artigiano di Richard Sennett
Dizionario del Pensiero Organizzativo, The Riken way and EuropeLe vie del lavoro e Bella Napoli del sottoscritto

La mia domanda conclusiva è stata:
Se è vero, come pare sia vero, che le nuvole, i dati disponibili, la realtà aumentata grazie alla tecnologia ci permettono di avere più parole (discorso), di fare più cose (azione), di prendere più iniziative, possiamo affermare, e in che senso, che grazie alle macchine possiamo espremire di più e meglio la nostra umanità?

Mi piacerebbe che fossimo in tanti a rispondere alla domanda. Sì, vorrei scivere assieme a voi il mio primo saggio partecipato. Che dite, me la date una mano?

Citizen Reporter Generation

Non importa come comincia, importa che cominci. Al mitico Jack Kerouac piaceva raccontare che il termine “beat” l’aveva inventato lui nel 1948, quando nel corso di un intervista aveva detto “this is really a beat generation” e poi scriveva che nel 1944 era stato Herbert Huncke, hipsters di Chicago, che in Times Square, a New York, l’aveva avvicinato e gli aveva detto “Man, I am a Beat” (Emanuele Bevilacqua, Guida alla Beat Generation. Kerouac e il rinascimento interrotto), ma tutto questo chi se lo ricorda? Quello che resta è la Beat Generation, con i suoi interpreti, i suoi miti, i suoi personaggi, la sua dannazione e la sua poesia.
Adesso non pensate che io sia impazzito, perché magari ci arrivo ma ancora non ci sono, pensate piuttosto all’idea di una Citizen Reporter Generation che piano piano cresce, si consolida, si diffonde, accede alle notizie e le diffonde seguendo quelle quattro regole lì, accuratezza, imparzialità, indipendenza, legalità, che quando mi chiedono “perché”, e rispondo “perché produrre informazione in maniera partecipata con questo approccio vuol dire cambiare in profondità il concetto di informazione, il modo di farla, il rapporto tra il cittadino e l’informazione, il mestiere del giornalista e tante altre cose ancora” anche i più scettici fanno sì con la testa e mi dicono “certo, sarebbe bello”.
No, non sarebbe bello, è bello. Molto bello. Ma non basta che sia bello, bisogna che tu, tu, tu e poi anche tu e ancora tu decida di partecipare, di sperimentare questa nuova modalità di inchiesta, di contribuire al successo di questa idea.
Iscriversi è facile come su Facebook o altri social network di tipo generalista, partecipare no, ma solo nella prima importante fase, quando vi si chiede di comprendere e condividere un metodo, di adottare un approccio, di essere parte di una comunità che sceglie di fare informazione consapevole, di qualità.
Non ci sono barriere tecnologiche. Baudelaire diceva che una poesia dice un mondo, anche una foto, un breve commento, un testo, una piccola intervista audio, un breve video fatto con un telefonino.
Roberta Della Sala con un video di poco più di 1 minuto ha ripreso 3 donne nigeriane che a Castel Volturno, in provincia di Caserta, sono state tolte dalla strada, che fanno le sarte, che grazie all’opportunità data loro dalla Cooperativa sociale Altri Orizzonti hanno potuto dare una svolta alla loro esistenza,  e Gennaro Cibelli continua a documentare con belle foto le tante meravigliose attibvità che vengono realizzate nella sua cittadina, Castel San Giorgio, come ad esempio le cornici che vengono realizzate in una bottga dove vigeva una regola, scritta sulla porta, di questo tipo: “Quello che va quasi bene … non va bene, Pane e Lavoro”.
No, per me la Citizen Reporter Generation non è un sogno, non sono solo, e come diceva Ernesto Guevara, il Che, solo quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà. Figuaretvi quando si sogna in migliaia. Buona partecipazione.