Della connessione

Devo confessare che i miei amici più cari mi hanno insistentemente consigliato di starmene zitto questa sera. Non essendo un filosofo, ed essendo l’oggetto della discussione la presentazione del volume “Dell’Incertezza” di Salvatore Veca, sarebbe stato sicuramente saggio da parte mia seguire il loro consiglio. Tuttavia, per essere saggi bisognerebbe essere almeno un pò filosofi, e non essendo io né l’uno né l’altro, finisco sempre per fare di testa mia.
Ho cominciato a leggere “Dell’Incertezza” con curiosità e, perché no, con il piglio di chi sente che la presentazione di un libro, e l’amicizia e il rispetto nei confronti dell’autore, al quale tutti noi di Austro & Aquilone siamo riconoscenti per l’attenzione e la disponibilità che a più riprese ha dimostrato nei nostri confronti, vanno presi molto sul serio.
“Dell’incertezza” è un libro che ho trovato estremamente interessante anche se, non lo dico per mettere le mani avanti, complesso. Non è stato facile capire quello che sono riuscito a capire e, ovviamente, non ho capito tutto. Ma devo dire che più andavo avanti, più avevo la voglia ed il piacere di leggere.

Credo che sia di quei libri, anche questo è forse un segno della sua importanza, che si possono leggere in molti modi, soffermandosi, di volta in volta, sugli argomenti che appaiono più importanti o che risultano di più difficile comprensione.
E’ stata la maniera nella quale ho proceduto in una prima fase, fino a che mi sono reso conto che ciò che guadagnavo in profondità lo perdevo in capacità di cogliere il senso generale di ciò che leggevo. Cosicchè mi sono posto l’obiettivo di leggere prima tutto il libro (avevo comunque fatto in tempo a concludere la lettura della prima meditazione, quella su “ciò che vi è”) e di ritornare dopo su singoli aspetti, augurandomi, come effettivamente è poi accaduto, di trovare in corso d’opera le chiavi per comprendere ciò che in prima battuta non mi risultava chiaro.

Devo dire che mi ha aiutato molto la “scoperta” che “Dell’Incertezza” è un libro che si può leggere anche come un ipertesto. Basta guardare al modo in cui Veca usa le parentesi. Credo che una delle chiavi di lettura del libro sia proprio nelle cose che l’autore mette tra parentesi. E’ uno dei motivi che mi hanno fatto pensare all’ipertesto.
Se si decide di sottolineare con un evidenziatore tutti i punti in cui Veca dice: “La mia tesi è”, e li si mettono assieme, si ottiene un altro percorso di lettura. E così accade se la stessa operazione, magari con un evidenziatore di un altro colore, la si fa con tutte quelle parti del libro in cui Veca usa richiamare l’attenzione del lettore con la formula “Si consideri”. Se uno segue il libro attraverso i “Si consideri”, a mio avviso, trova ancora un’ulteriore via tra le diverse e molteplici di cui si compone il libro. Giocare con i colori, con le sottolineature, per cogliere al meglio i vari livelli di significato: credo si possa rivelare un esercizio molto utile.

Chi ha già comprato o letto il libro sa che la prima delle tre meditazioni verte sulla importanza del linguaggio, sulle ragioni per le quali i cambiamenti nei e dei modi di comunicare producono disagio, esclusione, solitudine (con una immagine letteraria, Veca ci ha ricordato, in un’altra occasione, il disagio che Proust provava quando si ritrovava in stanze d’albergo arredate in maniera per lui non abituale).
Devo dire che ho trovato in tutta questa parte molti punti di convergenza con le cose di cui anche Austro & Aquilone si occupa. Tutta questa vicenda che definiamo “rivoluzione telematica”, questa nuova fase dello sviluppo tecnologico, è fortemente caratterizzata dalla velocità, anche visiva, del cambiamento. E tutto questo avviene mentre, come Veca ci ricorda nel libro, abbiamo la storia alle calcagna.

Viviamo dunque questa fine del secolo breve avendo da una parte la storia alle calcagna e dall’altra i cambiamenti tecnologici che giorno dopo giorno, certe volte addirittura momento dopo momento, producono mutamento, e dunque producono incertezza. Da qui l’esigenza di riattrezzarci per riarredare il nostro armamentario di credenze, di modi di vedere e di interpretare il mondo in cui viviamo. Da qui soprattutto l’esigenza di condividere con altri il disagio rispetto all’incertezza. E gli sforzi per limitarne gli ambiti, la portata.
Non è un caso che il linguaggio si ripresenti in qualche modo nella seconda e terza meditazione come quadro di riferimento per valutare sia “ciò che per noi vale”, sia “chi noi siamo”.

Devo dire che se avessi avuto qualche potere nella scelta del titolo del libro di Veca, potere che per ovvi motivi non ho, e se contemporaneamente non avessi avuto la preoccupazione di apparire un seguace “tardo” del Paolo Conte che parla della genialità degli elettricisti in “Gelato al limone”, io questo libro lo avrei chiamato “Della connessione”, piuttosto che “Dell’incertezza”.
“Della connessione”, cioè dell’importanza delle cose connesse ad altre cose. Così l’importanza del linguaggio appare evidente mano a mano che Veca argomenta le ragioni che lo spingono a confutare sia quella che egli chiama “la fallacia onnilinguistica”, sia il riduzionismo di coloro che sembrano non voler riconoscere l’importanza del linguaggio. Sembra un gioco di parole ma il linguaggio è importante proprio in quanto è riferito a ciò che non è linguaggio.

Questa ricerca delle connessioni percorre tutto il libro: negli argomenti a favore della tesi che a dare importanza alla vita è la morte, o che l’importanza delle ragioni è data dal loro rapporto con i sentimenti.
Ad un certo punto Veca scrive testualmente: “In conclusione, parlando di ragioni e di emozioni, possiamo dire che la capacità o la proprietà di essere razionali, la nostra razionalità non può essere considerata una capacità o una proprietà a sé presa, in isolamento e in modo indipendente dalla sua connessione con altre capacità ed altre componenti del resoconto su chi noi siamo”.
Credo che proprio per sottolineare questo aspetto, quando parla delle dieci proposizioni, quelle che verso la fine del libro presenta come il suo primo punto di sintesi, le chiama “dieci proposizioni connesse”. E la stessa sensazione ci assale quando leggiamo che chiedersi quale sia il significato di qualcosa equivale a chiedersi come questa cosa sia connessa con le altre.

Trovo questo punto della connessione, per la sua connessione, per l’appunto, con ciò che faccio, con le cose che a me interessano, con ciò che per me vale, assai importante. Per molti versi passa di qui il mio modo di contribuire con il mio piccolo mattone a fare in modo che il mondo sia un posto, come scrive Veca, meno intollerabile per chi ci vive. E trovo molto legato a questo aspetto della connessione, della capacità di avere relazioni, gli sforzi che con altri penso di poter fare per contribuire a ridurre l’incertezza.

Lavoro alla CGIL, e mi trovo spesso a ragionare, da meridionale, di cose che di volta in volta, insieme ad altri, chiamiamo comunità di condivisione, classi dirigenti, persone che dal Sud si costruiscono da sé il proprio destino.
La costruzione di relazioni, di rapporti, di comunità di condivisione; l’avere il senso delle cose che si fanno; non accettare l’idea che se non si è D’Alema o Berlusconi non c’è nessuna possibilità di contare, di decidere, di partecipare; non rassegnarsi a quella che un altro nostro amico, Riccardo Terzi, ha definito “deriva autoritaria” e pensare invece che la democrazia sia fatta di più punti, di più posti nei quali si partecipa e si decide; contribuire a realizzare cose, anche piccole, che in rapporto ad altre cose possono diventare più grandi: molto di quello che dà un senso alla mia vita (che devo dire, nonostante i mille problemi di chi vive da queste parti, mi piace molto), l’ho trovato nel libro di Salvatore Veca, da cui ho ricevuto ulteriori stimoli, ulteriori motivi per approfondire, per capire, per fare.

Provare a capire altre cose, provare a dare altre prospettive alle cose che ciascuno di noi pensa, provare a realizzare con altri pezzi delle cose in cui si crede a me continua a sembrare una prospettiva importante.
Mi fermo qui, sperando di aver raggiunto sostanzialmente i miei due obiettivi: mostrare, attraverso “Dell’Incertezza”, l’affetto e la gratitudine che provo nei confronti di Salvatore Veca ed evitare che i danni che gli ho prodotto con questo mio intervento siano troppi consistenti.

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