So, dunque faccio

Aria di Natale in giro, e dunque questa settimana scuola medium è dedicata a un’idea estremamente affascinante. Ricca di suggestioni. Per la verità non del tutto nuova. Ma fino ad oggi assolutamente non realizzata.
L’idea è quella di una società nella quale l’insieme di saperi e conoscenze, il general intellect, è il vero capitale sociale, il fattore strategico di sviluppo. Una società nella quale è possibile superare l’antica scissione tra il pensare e l’agire, il sapere e il fare, il decidere e l’attuare. Una società nella quale la conoscenza, accumulandosi, induce ulteriore conoscenza come fonte primaria di mutamento sociale. Una società nella quale il capitale culturale sociale, la capacità collettiva di rielaborazione simbolica, la capacità del lavoro di elaborare informazioni e generare conoscenza, rappresentano la fonte materiale di produttività.

Il rischio, che purtroppo neanche il Natale riesce a scongiurare, è che questa bellissima idea continui a restare soltanto tale. A rimanere, come cantava Gaber, soltanto un’astrazione. A tradire molte delle speranze legate all’avvento di quella che con enfasi troppo spesso eccessiva siamo soliti definire società della conoscenza.

In attesa che il mondo si decida a girare un po’ di più dalla parte giusta, è bene non perdere di vista la necessità di fare ognuno la propria parte, di fare le cose per bene perché semplicemente perché, come scriveva Calvino, è così che si fa. Persino quando non si capisce bene perché (l’aggiunta è nostra).

Come farlo?
Con pazienza e lavoro, come ha teorizzato Gadamer. Riflettendo nel corso dell’azione, come ci invita a fare SCHÖN, al quale si deve un’importante teoria sul come interpretare il ruolo di professionisti, ricercatori, educatori.
A suo avviso, così come nell’agire quotidiano il nostro conoscere é di norma tacito, implicito nei nostri modelli di azione e nella nostra sensibilità per le cose delle quali ci occupiamo (il nostro conoscere é nella nostra azione) anche l’attività lavorativa quotidiana del professionista si fonda sul tacito conoscere nell’azione.
Sebbene di norma si pensi prima di agire, in gran parte del comportamento spontaneo proprio della pratica esperta viene rivelato un tipo di attività cognitiva che non deriva da una precedente operazione intellettuale.

Per SCHÖN il professionista competente é dunque colui che persino quando fa un uso consapevole di teorie e tecniche fondate sulla ricerca, dipende da taciti riconoscimenti, giudizi, e azioni esperte; che riconosce i fenomeni, esprime giudizi, mostra capacità anche quando non é in grado di fornirne una descrizione ragionevolmente accurata o completa.

Dal versante di quella che SCHÖN definisce razionalità tecnica la pratica professionale é di norma concepita come una applicazione di soluzioni costituite in un sapere scientifico -accademico ai problemi che vengono sottoposti al professionista che, in quanto tale, é detentore di quel determinato sapere.

Considerare l’intelligenza dell’azione significa, invece, riconoscere al professionista (e alle sue competenze) uno status epistemologico autonomo (anche se non separato) dal sapere accademico. La distanza (e l’autonomia) del professionista dalla cultura accademica é rappresentata da SCHÖN con lo spazio esistente tra razionalità (fedeltà al sapere accademico) e pertinenza (aderenza alla situazione concreta).

L’alternativa alla razionalità tecnica é dunque la riflessione nel corso dell’azione (reflection in action), il tentativo di affrontare quanto di enigmatico, problematico o interessante esiste in ciò che facciamo, di coglierne il senso, di riflettere sul contenuto implicito nell’azione, per farlo emergere, criticarlo, ristrutturarlo, incorporarlo nell’azione successiva.

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