In difesa della parola

S come Significato
Le parole sono importanti.
Riconoscere la loro importanza vuol dire in molti modi riconoscere l’importanza del rapporto che esse hanno con i significati e gli ambiti specifici ai quali si riferiscono.
Ludwig Wittgenstein, nelle prime pagine delle sue Ricerche Filosofiche, scrive che “le parole del linguaggio denominano oggetti, le proposizioni sono connessioni di tali denominazioni. In quest’immagine del linguaggio troviamo le radici dell’idea: ogni parola ha un significato. Questo significato è associato alla parola. È l’oggetto per il quale la parola sta”.
Senza le parole e i loro significati, senza il linguaggio, la realtà, questo imprevedibile e affascinante miscuglio di cose, fatti, ragioni, passioni, sentimenti, sarebbe per noi inaccessibile dato che non sapremmo come comunicarla e dunque come condividerla.

T come Terrore
Le parole vanno usate in maniera appropriata.
Come dice Michele, uno dei tanti straordinari personaggi partoriti dal genio di Eduardo De Filippo: “C’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare? Parliamo co’ ’e parole juste ca si no m’imbroglio” (Ditegli sempre di sì, in Cantata dei giorni dispari, Einaudi).
Usare le parole giuste è importante sempre. Certe volte lo è di più. Come ad esempio quando la parola in questione è terrore.
L’evento dell’11 settembre 2001, il crollo delle Twin Towers, l’attacco al cuore degli Stati Uniti d’America ha dimostrato non solo che non esiste più posto su questa terra che possa dirsi completamente sicuro ma anche che il terrore rappresenta un elemento costitutivo dei processi di globalizzazione così come si stanno storicamente configurando, il lato oscuro della sua stessa forza.

I come Incombente
Jacques Derrida (in Giovanna Borradori, Filosofia del terrore, Laterza) ha affermato a questo proposito che l’evento terroristico è tale non solo in quanto accade. Ma perché è senza precedenti (unprecedented). Ci sorprende. Sospende la nostra capacità di comprendere. Incombe sul futuro con il suo carico di tragedia e di morte. Lascia aperta la ferita sull’avvenire. Non si sa cos’è, non la si sa descrivere, identificare e nominare. È l’impossibile che esiste.
E’ la funesta profezia di Osama Bin Laden che si avvera: non potremo mai più dormire sonni tranquilli.
È questo ciò che rende differente il terrore come paura organizzata, provocata, strumentalizzata, dalla paura che tutta una tradizione, da Hobbes a Schmitt sino a Benjamin, considera la condizione stessa del politico e dello stato. È questo che ci fa sentire perennemente “come d’autunno sugli alberi le foglie” [Giuseppe Ungaretti, Mondadori].

C come Comprendere
Più l’evento terroristico è grave, più inibisce la nostra capacità di comprendere, determina atteggiamenti di censura, rafforza le proprie difese immunitarie.
Facciamo un esempio?
Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se dopo gli efferati, farneticanti assassinii di Tarantelli, di D’Antona, di Biagi, un qualunque quotidiano avesse pubblicato un’intervista a un leader politico o sindacale dal titolo “Bisogna comprendere ciò che è accaduto”.
Si può dire che ci sarebbe stato un terremoto politico? Che il leader in questione sarebbe stato esposto a un vero e proprio linciaggio mediatico e con tutta probabilità indicato come il mandante morale degli assassini?
A nostro avviso sta qui l’aspetto nodale della questione.
Il fatto che si dimentichi, o si faccia finta di dimenticare, che comprendere non significa giustificare, che si può condannare in-con-di-zio-na-ta-men-te un fatto o un evento senza per questo rinunciare a capire le ragioni e le condizioni che lo hanno reso possibile, testimonia di un modo insopportabile di pensare e vivere il confronto politico. È la maniera non solo più sbagliata ma anche più inefficace di affrontare la questione. È, questo sì, moralmente inaccettabile.

A come Anomia
E se le radici dell’apatia, dell’anomia, dell’autismo sociale, della violenza si annidassero piuttosto nell’omologazione? Nell’appiattimento della complessa, articolata, ricchezza del ragionamento politico sul semplificatorio, assertivo, messaggio della comunicazione promozionale? Nella scarsità di luoghi dove credibilmente partecipare alla costruzione del discorso pubblico? Nella disabitudine a farsi carico di punti di vista alternativi o semplicemente diversi?
Così sembra pensarla ad esempio Cass Sunstein, professore di Jurisprudence alla Law School dell’Università di Chicago, che a questo proposito mette in guardia dal “grande rischio che una discussione condotta fra soggetti che la pensano allo stesso modo possa alimentare una sicurezza eccessiva, estremismo, disprezzo per gli altri, e a tratti anche violenza” (Repubblic.com, Il Mulino).

D come Diversità
La nostra è in definitiva una tesi a favore dell’abbondanza, della diversità, della pluralità delle parole e delle idee. Del fatto che le libertà di ciascuno, la capacità di ascoltare, di dare valore a tesi, argomenti, punti di vista anche radicalmente divergenti dai propri, sono strettamente associate alla possibilità di essere esposti a idee, valori, questioni, opinioni diverse, non prevedibili né preordinate.
È utile ribadirlo ancora: nell’ambito dello spazio pubblico non possiamo limitarci a consumare. Se in quanto consumatori siamo orientati ad escludere dal nostro orizzonte ciò che non ci interessa in quanto cittadini la diversità ci è semplicemente indispensabile.
Rinunciare a parlare, e a pensare, non è insomma in nessun caso una buona opzione. Si può difendere stre-nua-men-te il diritto di Pietro Ichino e di chiunque altro di non vedere minimamente minacciata la propria libertà di scrivere o sostenere qualunque opinione e allo stesso tempo non rinunciare alla libertà di dichiarare il più totale disaccordo con le sue idee.
Naturalmente si può discutere usando i toni giusti. Senza demonizzare nè le persone né le loro idee. Meglio, mostrando rispetto per le une e per le altre. Ma questa è un’altra storia. Con un altro titolo: Buona educazione.

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