Merit / Merito

Just look at the covers and headlines of the main weeklies and tabloids, at the most popular TV shows, at the mad scramble for even 15 seconds of fame, at quiz contestants trying to guess the number of beans in a jar; or at the day
traders now bereft of the internet ideology. It’s nice being rich. It gives prestige and social recognition. It’s worlds away from the effort of those who have a job or a profession, or write an article or a book, or paint a picture. And it has nothing in common with the demanding life of a businessman. The advantage is that everyone can dream of making it. The truth is that more people are born rich than become it, that the need of many is the dark side of the force of the wealth of few in a world that by definition does not have infinite resources, and that all this is hard to reconcile with the criteria of justice that should inform democratic, open societies in this controversial opening of the third millennium. The truth is also that an apology for wealth does not make any less common “the sensation of being sucked into a vortex in which all realities and values are annulled, exploded, deconstructed and recombined; an underlying uncertainty about what is fundamental,
what is valuable, and even what is real”.
The idea is that we can try to do much more – rewarding merit and reducing, if not actually eliminating, the inequalities that originate in our social organisation. It is a difficult idea, as we have often seen, particularly in Italy. But being aware that “encouraging merit in Italian society is not easy”, and that “in Italy the two essential values of merit, making individuals responsible for their actions and equal opportunities, are replaced by values of uncritical solidarity and weak permissiveness” does not mean giving up the urgent task of affirming the value of merit and fighting for fairer societies in which there is less inequality and more respect, in which education is more important than wealth, and the social recognition of what people know and can do is an essential part of a deep sense of personal selfesteem and of organisations’ sensemaking processes. Societies which reward the pleasure, at every level, of doing things properly because that is how they should be done.
All this suggests at least three further questions, that we might refer to the organisation of talent, to the definition of the educational system, and the search for strategies and actions that concretely guarantee equal opportunities for all in expressing and making the most of their talent throughout their lives.
The crux of the question is here, in my view, the point that will decide the country’s chances of making a radical change and suiting the word to the deed.
One thinks of Guido Dorso, and of the hundred men of steel with strong moral impulses and will, with clear ideas and programmes, who he thought should be entrusted with the Fate of southern Italy; of his praise of the concrete, what has always been lacking in southern intellectuals, with the result that none of the hundred revolutions that they had imagined has ever come to anything.
One thinks of Vincenzo Cuoco, and his idea that a revolution should be “desired and carried out by the whole nation for its need and not just be someone else’s gift”. A revolution that should represent a need and not a gift, because only then do people really choose the terrain of responsibility and involvement, indispensable factors for any change that aspires to be lasting.
One thinks of Dorso and Cuoco because affirming the culture and practice of merit in Italy’s institutions and society really is a revolution, and, as such, will not be a picnic. It will need men of steel, clear ideas and programmes, the responsible involvement of everyone taking part, and policies designed to eliminate any kind of access barrier.

Basta guardare alle cover e ai titoli dei principali settimanali e tabloid. Ai contenuti dei format televisivi di maggiore ascolto. Ai cacciatori di celebrità formato cluster da 15 secondi. Al popolo dei quiz pronto a indovinare il numero di lenticchie contenute in un vasetto. Ai day trading orfani della edeologia di internet. Essere ricchi è bello. Dà prestigio. Riconoscimento sociale. Niente di paragonabile con la fatica di chi ha un lavoro o un impiego, svolge una professione, scrive un articolo o un libro, dipinge un quadro. Niente a che vedere con il mestiere pur sempre impegnativo di imprenditore.
Il vantaggio è che tutti possono sognare di farcela. La verità che si nasce ricchi molto più di quanto lo si diventi. Che il bisogno di molti rappresenta il lato oscuro della forza della ricchezza di pochi in un mondo che per definizione non ha risorse infinite. Che tutto questo si concilia assai poco con i criteri di giustizia che dovrebbero informare società democratiche, aperte, in questo controverso inizio di terzo millennio. Che l’apologia della ricchezza non rende meno diffusa «la sensazione di essere risucchiati da un vortice in cui tutte le realtà e tutti i valori sono annullati, esplosi, decomposti e ricombinati; un’incertezza di fondo riguardo a cosa sia fondamentale, a cosa sia prezioso, persino a cosa sia reale».
L’idea è che si possa provare a fare decisamente di più. Dando valore al merito. Riducendo, se non proprio eliminando, le disuguaglianze che trovano la loro origine nell’organizzazione sociale. Idea difficile, come abbiamo visto a più riprese. In particolar modo nel nostro Paese. Ma essere consapevoli che «far sorgere il merito nella società italiana non è compito facile», che «i due valori essenziali del merito, responsabilizzazione degli individui sulle  proprie azioni e pari opportunità, sono da noi sostituiti da valori di solidarietà acritica e permissività lassista133» non vuol dire rinunciare alla possibilità, al compito, all’urgenza di affermare il valore del merito, di battersi per società più giuste. Società in cui ci siano meno disuguaglianze e dunque più rispetto, nelle quali l’essere colti sia più importante dell’essere ricchi, il riconoscimento sociale di ciò che le persone sanno e sanno fare sia una componente essenziale del senso profondo di autostima delle persone e dei processi di costruzione di senso delle organizzazioni. Società nelle quali si assegna un punteggio elevato al piacere, a ogni livello, di fare le cose per bene perché è così che si fa.
Tutto questo suggerisce almeno tre questioni ulteriori, che potremmo riferire all’organizzazione del talento, alla qualificazione del sistema educativo, all’individuazione delle strategie e delle azioni atte a garantire concretamente
a ciascuno eguali opportunità nell’espressione e nella valorizzazione del proprio talento per tutto l’arco della vita. Sta qui l’aspetto dirimente della questione. Il punto sul quale si gioca buona parte delle possibilità di fare il salto di qualità, di passare dalle parole ai fatti.
Viene da pensare a Guido Dorso. Ai cento uomini d’acciaio animati da forti impulsi morali e da forte proiezione della volontà, con idee e programmi chiari, ai quali egli pensava dovessero essere affidate le sorti del Mezzogiorno d’Italia; al suo elogio della concretezza, quella che è storicamente mancata agli intellettuali meridionali e che ha fatto sì che non una delle cento rivoluzioni che essi avevano fatto nelle loro teste fossero concretamente realizzate.
Viene da pensare a Vincenzo Cuoco. All’idea che una rivoluzione deve essere «desiderata e conseguita dalla nazione intera per suo bisogno e non per solo altrui dono». Una rivoluzione che deve rappresentare un bisogno e non un dono, perché solo in questo caso le persone scelgono consapevolmente il terreno della responsabilità e della partecipazione, fattori indispensabili per ogni cambiamento che aspiri ad avere un carattere duraturo.
Viene da pensare a Dorso e a Cuoco perché affermare la cultura e la pratica del merito nelle istituzioni e nella società italiana è davvero una rivoluzione e, come tale, non sarà un pranzo di gala. Richiederà uomini d’acciaio. Idee e programmi chiari. Partecipazione responsabile dei soggetti coinvolti. Politiche tese a eliminare ogni tipo di barriera all’accesso.

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