Casa Pivano

Primi anni 70. Come tutte le mattine papà mi porta il caffé a letto alle 6.05-6.10. Alle 6.30 siamo come tutte le mattine in lotta per l’ultimo giro in bagno. Alle 6.40-6.50 la mitica Fiat 850 verdino chiaro esce come tutte le mattine dal garage di Peppe destinazione Ferrovia. Come tutte le mattine papà va a marcare il cartellino almeno mezzora prima di iniziare a lavorare (eh si, ci potrebbe sempre essere un’imprevisto e al lavoro non si può fare tardi) all’Enel di via Galileo Ferraris. Per me invece niente metropolitana. Niente ITIS Augusto Righi. Avere il permesso da papà di non andare a scuola è stata dura. Ma ce l’ho fatta. Gli ho detto che era per un mio amico. Ho aggiunto che da un mese le stavo  appresso e ora la grande Fernanda Pivano ci aveva dato appuntamento a casa sua, a Trastevere. Mi ha detto “e chi é”. Gli ho detto come, ha conosciuto Cesare Pavese, ha tradotto Jack Kerouac e Allen Ginsberg, ha portato in Italia il mito della Beat Generation. Mi ha detto “e chi sono?”. “Va bbuò, pà, con te si può parlare solo di Altafini, Sivori, Aurelio Fierro e Peppino di Capri. Per me questa è una cosa importante e mi dispiace assai se non la posso fare. E poi faccio una figura di niente con il mio amico, con la scrittrice e con gli amici che mi hanno organizzato l’appuntamento”. “Va bé, fà comme vuò tu, tanto ò ssaie, se nun viene promosso, a stagione viene cu mmé a purtà a cardarella”.
Detto che poi ci sono finito davvero a fare per qualche giorno l’aiutante muratore (ma non certo per colpa della Pivano, erano l’elettrotecnica, l’elettronica e la meccanica che proprio non mi venivano giù), confesso che quando io e Antonio E., eccellente chitarrista e aspirante poeta, siamo arrivati fuori alla sua porta ho inspirato forte prima di premere il campanello. Mi sono chiesto: la Pivano è un mito, e noi? Mi sono risposto: noi  siamo un giovane intellettuale (a fine anno rimandato, sic!) alternativo di Secondigliano con un amico poeta che vuole leggere le sue poesie a Fernanda Pivano per avere consigli e opinioni. Driiin. Driiin.
La porta aperta, la visione del mito, il profumo di incenso.  Lei ci saluta, ci offre biscotti e Coca Cola (l’unica cosa che disturba un pò due alternativi che più alternativi non si può nemmeno col candeggio come noi), ascolta le poesie di Antonio, è tenera nel commento, decisa nel rappresentare la distanza che c’è tra scrivere poesie e pubblicare e tra pubblicare e mangiare. Ancora due biscotti e poi a casa si ritorna a casa.
Cosa è successo dopo? E’ successo che per tutto il viaggio di ritorno io e Antonio  siamo stati felici come due bambini.  E’ successo che io che non mi ricordo mai niente me lo ricordo ancora. E’ successo che quella grande signora ha conquistato per sempre un posto nel mio cuore. Per voi non lo so, ma per me è tanto.

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3 pensieri su “Casa Pivano

  1. ricordiamo le persone, gli incontri e tutte le cose che hanno scatenato in noi emozioni forti, e in questo ricordo traspare tutto ciò, da come lo descrivi sembra sia accaduto ieri , e forse per te è così.
    bello davvero!
    da invidiare, come dice Adriano!

  2. Ho letto con un pizzico di sana invidia questo bellissimo ricordo giovanile che putroppo non posso barattare con Vincenzo. A casa di colei che ha rinfrescato l’aria della cultura italiana portando le parole e la poesia dell’america, quella della beat generation, quella dei visionari ribelli ma non rivoluzionari, ed anche quella dell’ottima Coca Cola, azienda che tiene botta da 123 anni con 47 anni consecutivi di dividendi. Credo meno al fatto che abbiano preso solo biscotti e Coca Cola ma in ogni caso questi sono ricordi che non svaniscono nemmeno dalla testa dello Smemorato di Collegno

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