Per un’etica della convenienza

“Un’idea | un concetto | un’idea | finché resta un’idea | è soltanto un’astrazione | se potessi mangiare un’idea | avrei fatto la mia | rivoluzione”. Ricordate? Era Giorgio Gaber che cantava la fatica di usare le parole tenendo assieme il dire con l’agire.

La parola “altro” è da questo punto di vista paradigmatica. Perché se ci si ferma al dire si possono riempire interi volumi, basti pensare alla dichiarazione dell’Unesco sulla diversità culturale come patrimonio dell’umanità o a Ryszard Kapuscinski (“l’incontro con l’altro è la più importante delle esperienze”; L’altro, Feltrinelli) e a James Hillman (“l’altro diventa il nostro prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia ci chiama”; La forza del carattere, Adelphi) nelle pagine in cui ricordano Emmanuel Lévinas. E perché persino sul terreno del “dire” le cose non filano mai lisce come piacerebbe a noi.

Il fatto è che le parole chiamano altre parole; che con le parole formuliamo concetti e categorie di pensiero; e che le categorie di pensiero hanno bisogno di essere ri-formulate e re-interpretate.

È il punto, importante, sul quale concordano Jurgen Habermas e Jacques Derrida (Giovanna Borradori, Filosofia del Terrore, Laterza) riferendosi a concetti come “tolleranza”, “dialogo”, “sovranità”, “cosmopolitismo”, “perdono”, “diritto internazionale”, “globalizzazione”.

Per Derrida la tolleranza è il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella sua casa. È attraverso la ridefinizione dei concetti di cittadinanza, tolleranza, cosmopolitismo che si può pensare a una cittadinanza universale che non si associ a un superstato mondiale e a una sovranità nazionale che non si appiattisca su un patriottismo di spirito, di destino e si rispecchi nel rispetto per la costituzione, patrimonio comune dei cittadini. Una tolleranza che non sia paternalista, di matrice cristiana, condizionata e concessa dall’autorità superiore. Da qui l’idea di procedere oltre, verso quel concetto di ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Da qui la richiesta che la differenza dell’Europa sia “nel non rinchiudersi sulla propria identità e nel farsi avanti esemplarmente verso ciò che essa non è, verso l’altro capo o il capo dell’altro”.

Habermas assegna dal suo canto ai concetti e ai valori democratici propri del mondo occidentale, alla capacità intrinseca della democrazia di dare soluzione a ogni conflitto, la possibilità di risolvere le contraddizioni che caratterizzano la modernità. A suo dire la tolleranza moderna non è unilaterale e monologica come quella introdotta dall’Editto di Nantes ma, posta a base di una democrazia di eguali raccolta attorno alla propria costituzione, diventa dialogica e perfettibile.

Su un piano solo in parte diverso Thomas H. Marshall (Cittadinanza e classe sociale, Laterza) riconduce alla categoria dei diritti di cittadinanza tanto i diritti civili quanto quelli politici e quelli sociali, definendo così un vincolo stretto tra la possibilità delle persone di essere titolari di diritti e la loro appartenenza a una data comunità, mentre Luigi Ferrajoli (I fondamenti dei diritti fondamentali, Franco Angeli) mette in risalto l’antinomia tra il carattere universale dei diritti fondamentali e il loro “confinamento entro gli angusti spazi della cittadinanza statuale”. A suo avviso non possono essere la lotteria biologica e sociale, il paese o la famiglia dove ci ritroviamo a nascere e a crescere a legittimare “il nostro diritto ad avere di più”. Ma è davvero realistica l’idea di una “cittadinanza universale” che superi la dicotomia fra diritti dell’uomo e diritti del cittadino, “riconoscendo a tutti gli uomini e le donne del mondo, in quanto semplicemente persone, i medesimi diritti fondamentali”?

Si potrebbe naturalmente continuare con le parole e i loro significati, ma ci pare invece più utile sottolineare che le tante, diverse, interessanti idee di cui abbiamo detto fin qui hanno come principale comun denominatore il fatto di essere fuori moda, di non avere appeal. Le voci di dentro della società italiana sono chiare: tolleranza, ospitalità, diritti? No grazie! Le parole del consenso sono ronde, sicurezza, repressione, esplusione.

Invertire la tendenza? Difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile.

Si potrebbe ad esempio non farne solo una questione di etica. Quando si parla di accoglienza e di ospitalità, così come di regole e di legalità o di élites e di classi dirigenti il cambiamento accade se e quando appare “conveniente”. Le persone cambiano i loro modi di dire e di agire non tanto quando il cambiamento è giusto ma quando il cambiamento conviene. Forse parte da qui Richard Sennett (L’uomo artigiano, Feltrinelli) quando scrive che oggi più che mai è necessario indagare come si può modificare o regolare il comportamento concreto piuttosto che esortare a un cambiamento di cuori. Di certo è utile partire da qui per affrontare la questione relativa alla determinazione delle condizioni, del contesto, atto a favorire tale cambiamento.

Il filosofo Francois Jullien (Pensare l’efficacia, Laterza) sottolinea a questo proposito l’importanza di puntare sui fattori portanti, di trarre profitto dal potenziale della situazione e fa l’esempio del coraggio, che l’umanesimo europeo considera una qualità umana mentre in Cina è per l’appunto pensato, come del resto il suo complementare, la pavidità, un effetto del potenziale della situazione. “Ora, se il coraggio è inteso non come una virtù, concepita da un punto di vista morale, ma come un effetto del potenziale della situazione, il generale dovrà domandarsi non se le sue truppe sono pavide o coraggiose ma come operare per spingere, o costringere, il suo esercito al coraggio”. E perché la cosa non sembri troppo “altro” rispetto al nostro contesto, ricorda Niccolò Machiavelli (Dell’arte della Guerra) che scrive di Cesare che, dopo averli circondati, comprende che per sconfiggere i germani deve offrire loro una via di fuga, poiché nella situazione di accerchiamento perfetto nel quale si trovano essi non possono che combattere con disperata furia e bellicosità.

Si parli di coraggio o si parli di accoglienza a nostro avviso è di estremo interesse il fatto che quanto più dalle virtù individuali ci si sposta sul terreno del creare e cogliere le condizioni per sfruttare il potenziale della situazione, tanto più c’è bisogno di élites e classi dirigenti all’altezza del compito, il che potrebbe suggerire qualcosa di interessante circa la peculiarità della crisi italiana.

Tornando più specificamente al punto, ancora da Sennett viene una ulteriore sollecitazione quando insiste sulla necessità di pensarci come “immigrati spinti dal caso e dal destino su un territorio che non è nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartene”. Il tema di Sennett è il rapporto dell’uomo con l’ambiente, ma ancora una volta questo nesso tra “senso di spaesamento e di straniamento” e messa in moto di “pratiche concrete di cambiamento” appare di grande utilità per i nostri “eroici” tentativi di dare senso e concretezza alla cultura dell’accoglienza.

Sentirsi stranieri, cogliere il potenziale della situazione, sfruttare i fattori portanti per cambiare il nostro approccio con l’Altro. Più che un messagigo nella bottiglia, una traccia utile per future esplorazioni.

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2 Replies to “Per un’etica della convenienza”

  1. RIFLESSIONE ARGUTA…MI PIACE.

    Già nei primi anni venti, alcuni studiosi della scuola di Francoforte, parlavano di “cellule di risposta funzionale agli imperativi del sistema”.
    Asserendo che “l’industria culturale” riducesse i soggetti a consumatori all’interno di un mercato. Allora furono criticati il cinema, la musica popolare, il jazz e la letteratura, perchè visti come l’ingranaggio di una macchina che creava bisogno, azzerando le capacità critiche, pianificando ed organizzando.
    La “democrazia” manipola la vita dei soggetti attraverso altri canali, quindi, una società TOTALMENTE AMMINISTRATA che, non è REGIME COERCITIVO, ma più subdolo, perchè ci rende inconsapevolmente schiavi.
    Herbert Marcuse parlava “dell’uomo ad una dimensione” per sottolineare l’appiattimento della società.
    CONTESTUALIZZIAMO…
    Perchè non c’è il tasto “non mi piace”???…
    Ma dobbiamo ancora parlare “dell’uomo ad una dimensione”???…

  2. Mi pare che il problema risieda nell’abitudine umana, (antropologica?) di aggregarsi in gruppi omogenei in una modalità tale da farla diventare uno stereotipo, una chiusura mentale, un rifiuto verso il diverso da te.

    Andrebbero superati culturalmente tutti i concetti di etnia, tribù, clan, e campanilismo nostrano. Mi sovviene un recente articolo del sociologo De Rita dove scrive che gli Italiani non sono proprio razzisti, è solo che si sentono più fichi.

    E’ paradossale, ma non strano, che il web, in alcune sue forme, stia piano piano, e pericolosamente, sostenendo questa cultura della tribù o del gregge come preferisco chiamarla.
    Paradossale perchè la cultura che ha creato il web è in antitesi al gregge; il web nasce open, con obiettivi e caratteristiche opposte alla cultura del recinto.
    Non è strano perchè ad un certo punto arrivano i poteri, che prendono le innovazioni, le nuove culture e le trasformano in cose meno nocive per le loro rendite di posizione, le inglobano e ne fanno strumenti di conservazione. Anche qui mi viene in mente il “discorso dei capelli” di Pier Paolo Pasolini nei suoi Scritti Corsari
    Discutevo ieri su uno dei recinti più frequentati della rete a proposito del tasto “Mi Piace”, sostenendo che questa funzione non mi piace perchè non è affiancata dal suo opposto “Non mi piace”.
    M’infastidisce l’effetto che insinuano queste modalità “social” che prevedono solo un tipo di espressione. Sono manipolative. Si crea una sorta di conformismo celato, di appiattimento invisibile, dove a tutti “ci piace” qualcosa, siamo forzatamente tutti amici, e in parte scompare il dissenso, il pensiero diverso, l’idea dell’apertura a cose non necessariamente condivise. Si crea il recinto dei “mi piace” ma non si sa perchè, se uno non commenta. Non è necessariamente cosi sempre o per tutti, ovviamente, ma è questo che si insinua, a cui si tende e a cui si è portati se non si ha sufficiente consapevolezza.
    Mi chiedo perchè non c’è il tasto “Non mi piace”. Qualcuno dice perchè non sarebbe “politically correct”, e a me vengono le bolle, l’ittero e la grastrite. E’ come dire non è corretto esprimere dissenso è meglio lasciar cadere la cosa. Certo c’è il tasto commenta, ma non sono pochi i gruppi monopensiero dove se ti azzardi a dire qualcosa di diverso vieni assalito con le peggiori ingiurie possibili.

    Quindi c’è molto da lavorare: per la convivenza e la webconvivenza

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