Rispetto

Il tema è il rispetto, il senso di sé, la soddisfazione che viene dall’appartenenza al mondo del lavoro, del sapere, del saper fare come alternativa al rispetto, al senso di sé, alla soddisfazione che viene dall’appartenenza alle cosche mafiose, dalla violenza, dalla sopraffazione.

Facciamo che tu debba scriverci un libro. Come lo scriveresti? Quale punto di vista sceglieresti? Che storie racconteresti? Come lo svilupperesti?

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11 Replies to “Rispetto”

  1. Facebook
    io: Ma secondo voi nell’Italia di oggi perché un ragazzo napoletano dovrebbe scegliere la via del lavoro invece della via della camorra? Perché dovrebbe cercare il rispetto nel lavoro invece che nella delinquenza organizzata?

    Carmela Talamo
    Perchè la dignità di un individuo si misura con la sua capacità di comportarsi secondo le regole. Il rispetto principale quello più importante di tutti è il rispetto che ciascuno prova per se stesso e lo provi solo quando termini ogni giornata con la consapevolezza di aver speso bene il tempo che ti è stato dato.

    Adriano Parracciani
    Ma sono due opzioni egualmente disponibili ?
    Comunque, al di l… Mostra tuttoà delle ovvie motivazioni etiche e filosofiche, sulla natura dell’uomo, sulle finalità e sulla necessità di riconoscere pari dignità ad ogni persona. direi che dovrebbe farlo perché la delinquenza innanzitutto non produce qualità della vita; una vita da delinquente è alla fine è una brutta vita per se e per i familiari: la peggiore. Tra l’altro sarebbe interessante conoscere l’aspettativa di vita media di un criminale. La delinquenza è un’illusione, come la droga. Gli direi che la delinquenza non è affatto una soluzione, appare come tale, nel breve sembra anche esserlo, ma poi si scopre che non lo è. Non lo è mai stata. Gli direi che non vale proprio la pena campare in quel modo.

    Andrea Lagomarsini
    beh sicuramente perchè lo stato e le istituzioni, i politici, i manager pubblici, le leggi, la magistratura, gli enti pubblici, equitalia, e chi più ne ha più ne metta, danno il buon esempio…
    Dimostrano con i fatti, come essere dalla parte del bene, porti vantaggi e grandi soddisfazioni.
    Sarcasmo a parte, Vincenzo, viviamo in un mondo, dove chi fa bene, non è incentivato a farlo, viviamo con regole che ti impongono l’evasione fiscale o il clientelismo per un posto letto in ospedale o un visita…
    Se non cambiamo lo stato delle regole, cosa che vedo MOLTO DURA, i giovani saranno sempre incentivati a scegliere la strada oiù conveniente…brutto.. ma vero

    Maria Silvestri
    ..con i riferimenti che hanno………e le possibilità di inserimento che sono praticamente….. ..zero…….
    Sono pienamente d’accordo con Andrea …bisogna cambiare le regole, ed anche velocemente!!!!!
    ciao

    Maria Paraggio
    Il rispetto che nasce dalla paura è soggezione, è una forma di servitù, schiavitù che non può andare bene ad un ragazzo che come prima cosa aspira alla libertà, sentimento proprio dell’età giovanile. Il lavoro rende liberi, indipendenti, autonomi economicamente e moralmente. Offre la possibilità di mettere alla prova e in evidenza le proprie capacità e meritare il sano rispetto, la stima per ciò che veramente vale e non un timore mascherato da rispetto . Inoltre compiere il proprio lavoro nel rispetto delle regole impedisce a falsi amici ( clienti che si presentano per la salutatio mattutina) di ricercare la sua amicizia più per quello che eventualmente potrà offrire che per il piacere e la gioia di condividere un percorso di vita.

    1. Obiettivamente mettiamo in fila pro e contro:
      il lavoro di chi comincia è quasi sempre sotto pagato, al limite dello sfruttamento, per essere messi in regola …una lotta, e quindi una pessima valutazione di se stessi, unita a scarsi guadagni…
      Se non si ha , almeno all’inizio, una buona famiglia alle spalle, che ti aiuta, è davvero difficile farcela .
      Dall’altra parte soldi facili e sicurezza di sè.
      La differenza la fa l’educazione.
      Chi è cresciuto in un ambiente a rischio dove il rispetto delle regole e il vivere civile non è considerato un “bene”, ma solo il comportamento di un fesso, difficilmente potrà affrontare le superare difficoltà che la scelta di un lavoro onesto comporta, soprattutto se chi gli sta attorno rema contro.
      Ma se l’educazione ricevuta è improntata all’onestà ,allora la scelta potrà essere diversa.
      Ma non finisce qui, dal mio piccolo osservatorio, noto con amarezza che sempre più “adulti” hanno o stanno per gettare la spugna, sono meno inclini a dare il giusto indirizzo e il buon esempio, perchè il messaggio che sta passando va in altra direzione, prima si poteva contare su una generazione precedente “sana” adesso non tanto…

  2. “Da una scala di legno annerito pende una bandiera francese: è l’unica, e la stacco con cura, la ripiego e la metto nel tascone della giubba. (La ritroverò a casa mia questa bandiera, tra vecchie carte, lettere e oggetti strani agli altri. Un giorno i ragazzi giocavano, e la diedi a loro perché la riportassero a sventolare sopra una collina di prati fioriti)”. MARIO RIGONI STERN

    Cos’è il rispetto? Cos’è la considerazione che anche gli “altri” hanno le loro ragioni? Mario Rigoni Stern ne aveva gerle nella sua vita di montanaro. Certo, chi va in montagna sa quanto dura è la vita lassù: conosce il valore delle cose, sa che un aiuto dato non sarà mai sprecato e che al momento buono sarà ripagato. Sa che, se anche non sarà ripagato, questo non è importante.

    Rigoni Stern nel 1971 scrive “Quota Albania” e ricorda quell’episodio della bandiera francese raccolta dalle parti di Séez. L’Italia aveva invaso la Francia pochi giorni prima e già era stato stipulato l’armistizio. Ma in quei giorni al caporale Rigoni Stern capitò di entrare affamato in una casa di legno abbandonata dagli abitanti: mangiò del formaggio e del pane e lasciò un biglietto di scuse in un cassetto della credenza. Anche la sua ad Asiago era una casa di legno, una casa di montagna, ricostruita dal nonno, profugo anch’egli con tutta la sua famiglia, proprio come quei francesi, nel 1916.

    Rispetto, pietà, umanità: non per questo Rigoni Stern fu un soldato peggiore, anzi riuscì a riportare a casa dalla Russia gran parte della sua squadra. Nel “Sergente nella neve” non poteva perciò non notare la differenza con i soldati tedeschi e rumeni, e ancor più con le SS. La cattiveria, il disprezzo, la crudeltà non erano nei cuori degli italiani, che i russi aiutavano, quando potevano, e lo testimonia lo stesso scrittore di Asiago: gli diedero patate e pane, lo sfamarono in un’isba dove c’erano anche soldati russi.

    Rispetto, allora, condivisione e dignità: ancora in “Quota Albania” racconta del trasferimento di prigionieri greci: “Quel mattino mi trovavo anch’io da quelle parti, e con altri feci da scorta a quaranta prigionieri che accompagnammo giù al comando. Anche loro erano magri, malridotti nelle divise, carichi di pidocchi e con le barbe lunghe e ispide. Ma dentro i loro occhi scuri e profondi e nel loro silenzio, avevano dignità”. E lui li rispettava…

  3. Voglio raccontarvi una piccola storia. C’era una volta, all’inizio degli anni settanta, una bimbetta di circa 5 anni, Frequentava la primina (allora si usava così) ed era timida, ma di una timidezza paralizzante. La bimbetta era strabica da quando aveva circa un anno perchè… no, questa è un’altra storia e
    ve la racconterò un’altra volta. Dicevo. La bimbetta era strabica ed era costretta a portare una benda, che le copriva un occhio, e gli occhiali e per questo, poverina, aveva anche seri problemi a mettere a fuoco le cose che la circondavano. Nella sua classe c’era un altro bimbetto dai capelli rossi pestifero e cattivello come solo i bimbetti sanno essere, un pò maleducato e anche un pò bulletto. Il bimbetto, ovviamente, prese di mira la bimbetta e ogni giorno la tormentava prendendola in giro e insultandola. La bimbetta cercava sempre di evitarlo fino a rendersi invisibile pur di non provocare gli sberleffi del bimbetto. Una mattina però, non so cosa passasse per la testa della bimbetta, non lo ricordo, decise che era arrivato il momento di dire basta. Si armò di non so che coraggio, spinse a terra il bimbetto e, saltandogli a cavalcioni sulla pancia, cominciò a riempirlo di botte. Gliene diede tante che dovettero strapparla a forza dal malcapitato. Sono passati trentasette anni da quel giorno. Non ho mai più permesso a nessuno di mancarmi di rispetto a quel modo.

  4. Un libro? Neanche per sogno non potrei mai scrivere un libro…
    Farei passare la voglia di leggere a tutti…
    Con la “cosa scritta” ho sempre avuto un rapporto difficile, retaggio del liceo, la mia prof di Italiano commentava sopesso i miei temi così : “Tigano…..le solite cose trite e ritrite in classe!!! 6!!” un trauma dal quale non mi sono ancora ripresa! e forse la mia scelta professionale ha origine anche lì.
    Ma il commento di Deborah, mi ha ricordato il mio primo anno di insegnamento alle superiori, IPSIA (istit tecn prof industria e artigianato) , avevo 27 anni.
    Il primo giorno di scuola, i miei alunni hanno voluto vedere la mia patente per controllare l’età, alcuni di loro avevano superato i 20 anni, con un paio quasi coetanei…
    Ragazzi difficili, dicevano, pluribocciati, sfaticati e un po’ delinquenti….
    Bene , mi dico, cominciamo!
    Non vi racconto tutto quello che seguì, ma solo quello che mi hanno detto quando , dopo sei mesi di scuola, sono andata in congedo per maternità,
    Un ragazzo mi chiede di uscire…e rientra con una pianta bellissima dicendomi
    ” A nome di tutta la classe ,grazie professorè, lei è stata la prima che ci ha trattato con rispetto”
    Ho chiesto cosa volesse dire, io li avevo fatti lavorare, a chi non studiava avemo messo voti bassissimi, mi arrabbiavo se si comportavano male , insomma non sono stata tenera…eppure eccoli lì che mi ringraziavano, cosi mi hanno raccontato che alcuni colleghi (?) li trattavano male, insulti , battutacce, qualcuno li mandava anche a fare la spesa!!!!
    Questo “grazie” per il rispetto che ho avuto è stato il mio trampolino, e mi ha insegnato ad “insegnare”, più di tutti i corsi abilitanti.

  5. Io ti rispetto! Che bello sentirselo dire, ti senti orgoglioso e cammini sulla tua nuvoletta!
    Da qualche mese insegno customer satisfaction in tre classi di invalidi civili ed il nostro rapporto prof-studenti non è cominciato nel migliore dei modi. Avevano cominciato altri corsi prima del mio e, probabilmente, erano stati trattati troppo da disabili.
    Alla prima lezione ho trovato un ambiente ostile, un accogliermi della serie “mo che va trovando quest’altra”, io mi sentivo completamente persa. Mi trovavo davanti persone di tutte le età che mi guardavano come un loro carnefice, una pronta a colpirli e a infierire sulla loro sfortuna.
    Ho chiuso i libri, mi sono seduta in mezzo a loro ed ho cominciato a presentarmi poi ho chiesto loro di fare lo stesso ma senza interrogarli, aspettando che si aprissero a me.
    Ho parlato della materia che avrei insegnato loro, del percorso che avremmo fatto insieme e ho chiesto loro che cosa si aspettassero da me.
    Si aspettavano rispetto, si aspettavano di non essere considerati dei disabili ma delle persone che hanno pari diritti e opportunità di dimostrare il loro valore.
    Io li rispetto tutti, hanno tirato fuori la loro rabbia (spesso anche fisicamente) ma insieme stiamo imparando a comunicare in modo positivo.
    Se dovessi scrivere un libro parlerei di loro, della loro forza di volontà, della loro voglia di cambiare il mondo che li accoglie come “figli di un dio minore”.

  6. Da un’antologia della poesia giapponese per bambini consigliata alle scuole elementari.” Ooi poponta” è il titolo del volume ispirato a una poesia della raccolta. I curatori sono Ibaragi Noriko, Oooka Makoto, Kawasaki Hiroshi, Kishida Eriko e Tanikawa Shuntarou, l’editore Fukuinkan Shoten. Leggiamo Tanpopo di Hiroshi Kawasaki Hiroshi:

    Tanti fiori di dente di leone volano via.
    Ognuno ha il suo nome.
    Ehi ! Taponpo.
    Ehi ! Poponta.
    Ehi ! Pontato.
    Ehi ! Potapon.
    Non cadete nel fiume.
    [Trad. di Kawazoe Yuki]

    Il dente di leone (in giapponese tanpopo) è quella piantina nei prati chiamata popolarmente soffione (nome scientifico Taraxacum).
    Nella poesia di Kawasaki ogni seme ha il suo nome.
    Il rimando all’umanità è evidente. Anche se sembriamo uguali ciascuno ha il suo nome, personalità e storia, e l’augurio è che non si perda nel fiume. L’uguaglianza si fonda sul rispetto della diversità perché uguaglianza non deve significare omologazione.

    Sorrido a tutte le volte che ho soffiato quelle cupolette evanescenti di semi di Tarassaco, con i miei due nipotini ci divertiamo tantissimo… ma non avevo mai associato quel volo libero alla diversità,mi piace quest’eplorazione_ tarandipitosa!!

    Che parola ambigua”Rispetto ” se penso alla riverenza formale,accettata per illusione di democraticità o di parvenza di quieto vivere, oppure quell’aderire a rituali imposti da una tradizione arcaica di dominio che sfocia nella “Sudditanza” e detta regole non scritte.

    Come sono lontani i tempi del “rispetto” come diritto inalienabile della persona. L’essere umano esige Rispetto di- corpo- pensieri-partecipazione attiva e passiva nell’universo-anima e ricordo.

    Il RISPETTo della dignità umana esige il rispetto culturale,quindi conoscenza interculturale, senza voler assoggettare gli” altri” alla nostra cultura posizionandola su un gradino di assoluto dominante.

    Può la scuola uscire dall’inganno di parole troppo abusate in riti celebrativi?
    Come aiutare i ragazzi a riempire di nuovi significati e di azioni concrete parole quali:giustizia.legalità-sicurezza-diritto-pace-solidarietà?

    Credo che si possa ridare spessore alle parole impegnandoci ad attivare la capacità di giudicare criticamente se stessi e le proprie tradizioni.
    -Non accettando alcuna credenza come vincolante solo perchè è stata trasmessa dalla tradizione ed è divenuta familiare con l’abitudine.
    – Mettendo in gioco tutte le credenze e accettando solo quelle che resistono alle richieste di coerenza e di giustificazione razionale.
    -Sapendo trattare con rispetto i punti di vista degli alunni.
    -Educando al dialogo,sostenendo, senza perdere in autorevolezza, confronti dialettici con loro.
    – Trasformando momenti di confusione e di conflitto, in risorse educative che portano al Rispetto dell’altro.
    _ Riflettendo sui comportamenti quotidiani; sulle reazioni, sull’emotività, sui bisogni da soddisfare.
    -Attivando forme concrete di conoscenza delle parole, dando la parola,insegnando a ragionare con la propria testa e ricercando un dialogo dialogante con appartenenti a culture altre.
    – Oltrepassando così l’angusta fedeltà al gruppo per interessarsi alla realtà di esistenze lontane.

    …Prendendo una sufficienza distanza da quei modelli competitivi che colludono con l’educazione mafiogena-

    ATTivare ,come dice Martha Nussbaum una “Immaginazione narrativa” permette di metterci nei panni dell’altro, attraverso quei processi di identificazione che ciascuno sperimenta quando legge un romanzo e si identifica con i vari personaggi,

    ( mi fermo… ciaoo Vncenzo, spero ti sia di utilità- buon lavoro!)

  7. Se dovessi scrivere un libro del genere credo che la prima cosa che farei sarebbe consultare un pò la mia memoria.
    Penserei a tutte le volte in cui la mia vita ha impattato con ricordi spiacevoli.
    Forse inizierei col raccontare la storia di una bambina che frequentava la mia stessa scuola media.
    Aveva 11 anni. Era timida, silenziosa e decisamente insicura.
    Viveva in una piccola stradina a pochi passi da casa mia.
    Un giorno a fine lezione tornando a casa sentii delle urla e un gran baccano provenienti dalla sua abitazione. Un attimo dopo la vidi uscire. Mi avvicinai spaventata e senza capire un granché a dire il vero.
    Lei era accovacciata su se stessa, con una mano sul naso che grondava sangue e il viso pieno di graffi. Mi vide e smise d’improvviso di piangere ed evitando di guardarmi negli occhi disse “sto bene, non è niente, vai non ti preoccupare, ci vediamo domani a scuola”. …Inutile dire che il giorno seguente così come per gli altri giorni della settimana il suo banco continuò ad essere vuoto…come il cervello del Padre che giuro, a distanza di tanti anni, vorrei ancora denunciare!

    Per il concetto di rispetto anche qui ci sarebbe molto da dire..
    Credo ci siano 2 tipi di rispetto: il rispetto fondato sulla stima e il rispetto fondato sul timore/terrore.
    Il rispetto fondato sulla stima è quello che si può provare stando a contatto con personalità di spicco o più semplicemente quello che un figlio può avere nei confronti dei propri genitori, un nipote verso i propri nonni o si può cogliere nel comportamento di un giovane che cede il proprio posto all’anziano sul pullman.

    Il rispetto fondato sul terrore invece è più difficile da comprendere soprattutto per chi vive in aree geografiche con poca criminalità.
    Qui ahimé gli esempi da fare e le storie da raccontare sarebbero infinite.
    Dal rispetto del bulletto del liceo a cui tutti cercano di stare simpatici e il più possibile appiccicati perché vale sempre la regola “o sei con me o sei contro di me” al rispetto della gente della tua piccola cittadina nei confronti del camorrista di turno perché “almeno così stiamo tranquilli” oppure “perché può sempre servire”.
    Probabilmente varrebbe la pena concludere con un riferimento al senso di fierezza. L’essere fieri di non essere come loro, di essere diversi. Di non usare come unico linguaggio quello della violenza, di non seguire la massa a tutti i costi e soprattutto di preferire l’odio e l’antipatia dei violenti e dei delinquenti alla loro stima ed amicizia.
    Credo che il miglior modo per parlare di violenza e sopraffazione sia quello di porre sempre un antagonista. Non lasciare che la cronaca prenda il sopravvento senza un epilogo. Dare un seguito alle storie o almeno cercare di tracciarne la morale per ottenere un lavoro compiuto che “possa dare senso e significato a ciò che ci circonda” e perché no promuovere atteggiamenti alternativi all’omertà e all’indifferenza.

  8. Parlerei del rispetto come diritto fondamentale e quindi come una cosa da riconoscere agli altri. In questo senso il rispetto è universale e uguale per tutti. C’è invece tutto un filone diciamo, culturale, sul rispetto che non mi piace, non condivido, e che penso sia dannoso e pericoloso. Quello che vede il rispetto come una etichetta, anzi come un grado da appendere sul braccio: uomo di rispetto, uomo di maggior rispetto, di massimo rispetto e così via. Il rispetto da guadagnarsi ed il rispetto obbligato. Il rispetto inteso come “io sto un gradino più in alto e mi devi rispettare”, molto sentito nella malavita ma anche in tutte le mentalità e le culture del clan. Faccio un altro esempio basato sull’attualità. Il giovane Stefano Gulliotta picchiato da alcuni agenti di polizia nei pressi dello stadio Olimpico. A mio avviso già di per se quel gesto violento e gratuito da parte di quei specifici poliziotti è stato una molteplice mancanza di rispetto: non hanno rispettato le regole, ne i diritti della persona, ne la persona stessa come essere umano. Poi, per giustificarsi, hanno detto che l’avevano scambiato per un ultras. In qual caso per loro sarebbe stata un’aggressione lecita. Insomma una graduatoria del rispetto associata alle persone ma anche alle idee. Le mie meritano rispetto quelle diverse dalle mie no, quelle simili un po’ di piu’, quelle meno un po’ meno. Il rispetto non è condividere, o apprezzare, o amare, penso che sia semplicemente riconoscere l’esistenza dell’altro a prescindere. Non ti apprezzo, non ti amo, non condivido le tue idee, non ti frequento, ma ti rispetto come essere umano portatore di diritti fondamentali. Diversamente il rispetto è una parola pericolosa; la ritenuta mancanza di rispetto è stata capace di generare guerre, lotte, omicidi e fiumi di sangue nella storia.

  9. Caro professore, se dovessi scrivere un libro, partirei dai miei ricordi di infanzia. Sì, perché a dieci anni ho seguito la mia famiglia in Calabria, dove mio padre era stato mandato per un incarico di lavoro. Esattamente in Aspromonte. Quando sono arrivata lì mi colpì subito l’abbigliamento delle donne, diverso a seconda dell’età e dello stato di donne sposate, da marito , vedove o anziane e la mancanza, quasi assoluta di maschi giovani ed adulti. Quei pochi che c’erano erano anziani e rispettati …

  10. letto ora sos e, perdona il primo pensiero è stato x un gruppo fb a cui è iscritto amico: un miscellanea delle scene del padrino. quindi? purtroppo la prima accezione diventa negativa.
    scrivere un libro? partirei da cosa significa. dalle parole di classici e filosofi, una scala temporale.
    come proseguirei? che nel maschile è atto dovuto, è una conquista pari ad una medaglia. per una donna? non è servito un certo femminismo e non è applicato quando chiede un’applicazione di legge o di essere prima ascoltata, specie se è vestita.
    poi? è sacro quando parla un amico, quando lo fa in privato x il tuo bene senza altro fine. quando difendi un ideale x tua scelta e non a comando.

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