Fare è pensare

Antonio Pezzullo, 24 anni, maestro di chitarra, da Frattamaggiore, provincia di Napoli, la passione per la chitarra scopre di averla a 11 anni, quando il suo insegnante di educazione musicale chiede a lui e ai suoi compagni di scegliere uno strumento tra chitarra, flauto e pianola e di portarlo in classe.
Dalla scoperta alla laurea, al conservatorio Giuseppe Martucci di Salerno, dai primi concerti alle prime recensioni, la strada è stata naturalmente lunga e impegnativa, e ancor di più lo sarà quella che gli resta da fare, eppure non è di questo che intendiamo raccontarvi.

Ebbene sì. Perchè Antonio Pezzullo come musicista pare abbia un gran talento, e sia chiaro che il pare non mette in dubbio il talento ma sottolinea che chi scrive non ha competenze in campo musicale, ma l’opera che lo rende veramente unico è la sua chitarra, ad essere precisi una delle sue chitarre. Volete sapere perché? Perché se l’è costruita da solo, con la sua testa e le sue mani, ottenendo un risultato eccellente.

Antonio ha impiegato 5 mesi per costruire la sua chitarra, lavorandoci almeno un paio di ore al giorno quasi tutti i giorni della settimana e se gli chiedi perché l’ha fatto ti risponde “perchè amo troppo quello che faccio”, “perché volevo vedere se riuscivo a costruire una chitarra che suonava”, e naturalmente quando dice “suonare” intende dire suonare, una chiatarra da utilizzare anche nei suoi concerti, cosa che poi ha fatto.

Adesso qui lo spazio è tiranno e io non posso raccontarvi fase per fase come ha fatto Antonio a costruire la sua chitarra, ma il suo racconto l’ho registrato, e ho anche le foto che documentano ogni singolo passaggio, il progetto dal quale è partito, gli utensili che ha usato, magarì chiederò al direttore di darmi lo spazio per raccontarvi tutto questo in uno dei prossimi numeri, vi assicuro ne varrebbe la pena.

Quello che invece non voglio fare a meno di fare adesso è collegare tutto questo con “L’uomo artigiano” di Sennett (Feltrinelli, 2008), con le sue riflessioni sul rapporto tra l’uomo e gli utensili, sulle connessioni tra la testa e le mani. Ad un certo punto del suo libro Sennett, scrivendo degli utensili specchio, dice che possono essere di due tipi: replicante e robot, i primi imitano le nostre possibilità-capacità, i secondi le potenziano fino a farle arrivare a livelli per noi umani impossibili. Detto che sarebbe un reato raccontarvi come finisce e togliervi il gusto di leggere il libro, si può aggiungere che le persone come Antonio confermano che sono la creatività, il sapere e il saper fare che permettono a ciascuno di noi di vivire vite più degne di essere vissute. Sì, perché fare è pensare. E se non pensiamo che facciamo a fare?

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