Mercoledì 16 febbraio 2011

Va bene lo ammetto, ci ho messo un pò di tempo, ma infine eccomi qua. Anche la “prima” di Bella Napoli è andata, con il suo carico di adrenalina e le sue incredibili sensazioni.
Com’è la frase che Morpheus dice a Niobe in Matrix Reloaded? “Esistono alcune cose a questo mondo, capitano Niobe, che non cambieranno mai. Altre invece cambiano.”? Esatto.
Tra le cose che non cambieranno mai ci sono la mia ansia, l’emozione, infine la meraviglia nel riscoprirmi a pensare a tutte le persone che sono disposte a fare delle cose per me, a essere mie complici, a sfidare il tempo (quello che si misura con i minuti secondi non con i centimetri cubi di pioggia, che tanto quella non manca mai) e le troppe cose da fare pur di non farmi mancare amicizia e affetto.

Non starò qui a fare l’elenco che non basterebbe un post solo per quello, dirò per tutte/i di Cristina e di Serena, che a chi c’era non ho bisogno di dire niente e a chi non c’era dico leggete la prefazione e la postfazione al libro e capirete che non esagero, di Luca che come suo nonno prende il lavoro “’e faccia” e i suoi 28 anni ha voluto festeggiarli con me, di Irene che parte domani per la Spagna e come i fiori tornerà a maggio e pure a maggio nuje stamme ‘cca, e di Nando che ha il difetto di essere uno juventino e il pregio di essere un Santoro, per la precisione il maggiore dei Santoro post Luigi, con tutto il carico di ironia, disponibilità, affetto, rigore che la casata richiede.

Sì, lo confermo, in contesti e con persone almeno in parte diverse, mi è capitato lo stesso sia con Uno, doje, tre e quattro, la fantastica avventura che sto vivendo con Viviana Graniero, Daniele Riva e Carmela Talamo, che con Enakapata, che come ho detto l’altra sera è destinato ad avere per sempre un posto a parte nel mio cuore per tutto quello che significa per me.
Che cosa cambia, dunque? Dal punto di vista delle principali non molto. Diciamo che cambiano alcune subordinate e magari una coordinata.
Per esempio ad appena 10 giorni dalla sua uscita in Campania mi sembra evidente che l’interesse dei media per Bella Napoli, per ora a livello regionale, speriamo più avanti anche a livello nazionale, è molto più alto di quello registrato per gli altri libri. Direi che una cosa così non accadeva dall’uscita de La casa dei diritti, ma allora c’era la prefazione di un Sergio Cofferati all’apice del suo prestigio a fare oggettivamente da traino.

Ecco, in questi giorni ho pensato che propria la possibilità che Bella Napoli travalichi i confini abituali dei miei libri in termini di pubblico richiede uno sforzo maggiore da parte mia di tenere il libro nella dimensione in cui l’ho pensato. Sia chiaro: non sto dicendo che così sarà e neanche che me lo auguro o che lavoro perché ciò avvenga, che quello lo faccio ogni volta, ci mancherebbe altro, sto dicendo che questa volta ho delle sensazioni diverse, avverto più forte questa possibilità che, per tutta una serie di ragioni, matura “sponte sua”.

Per farla breve, che questo post da diventando un romanzo, dico che sinceramente a me è piaciuta molto l’insistenza di Cristina Zagaria sul fatto delle storie normali di 12 napoletani al lavoro, nel senso che la chiave della normalità è secondo me essenziale per comprendere la natura più intima e profonda dei miei 12 racconti.
La mia non è un’inchiesta, nè sono andato a caccia di “eroi” che in mezzo al marasma generale si distinguono per la loro capacità, per il loro rigore, per la loro determinazione a fare le cose per bene perché è così che si fa. No, senza falsa modestia, credo di aver fatto di più perché ho cercato di racocntare persone normali che normalmente fanno quello che devono fare. Questioni di archetipi, insomma, perché se c’è, sta qui secondo me la possibilità di un futuro diverso per Napoli, nelle tantissime persone che ogni giorno fanno normalmente il loro dovere. È questa la forza di Bella Napoli. Come continua a ripetermi Emma, una delle protagoniste dei miei racconti, “noi non siamo “modelli” da perseguire, siamo persone normali con normali difetti, che tantissime volte hanno pensato di non farcela e che tante volte ce l’hanno fatta lo stesso e qualche volta non ce l’hanno fatta, perché non è che obbligatorio farcela, in particolare in una città come Napoli”.

Ecco, io penso che Emma abbia ragione, l’ho pensato dall’inizio, ho eliminato cognomi e possibili riferimenti anche per questo, perché come dicevo non scommetto sugli eroi ma sulle persone normali e sulla possibilità che presto o tardi siano loro, le persone normali, i protagonisti del futuro di questa città.
È per questo che a mio avviso ha un senso l’idea, che ho anticipato a chi c’era mercoledì, di continuare a raccontare Bella Napoli, di trovare il modo di raccontarne mille e poi 10 mila di napoletani che naturalmente, ogni mattina, si alzano e cercano di fare bene quello che devono fare perché in questo modo danno un senso alla loro vita.

Non lo so quando sarà, ma qualcosa mi dice che presto o tardi sarà. Sì, perché come ho scritto concludendo l’introduzione al volume, “questa è una città che non ti regala niente, neanche la sua bellezza straordinaria, unica, anche quella te la devi faticare, a meno che non ti accontenti delle cartoline. Ma tanto noi ci siamo abituati. E quando vinceremo lo scudetto della civiltà vedrete cosa saremo capaci di fare, altro che Maradona è meglio ‘e Pelé”.

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One Reply to “Mercoledì 16 febbraio 2011”

  1. “Qualche volta non ce la facciamo” dice Emma ed è vero, capita e la delusione brucia sull’orgoglio.
    Avevo iniziato a lavorare, un mese fa, in un centro estetico, la titolare, aveva visto i miei lavori e mi aveva chiamata, chiedendomi di lavorare per il suo centro. Io faccio l’onicotecnica mi occupo di ricostruzione delle unghie ed ero contenta. Una lavoro part time, giovedì, venerdì e sabato, ma ero contenta. 10 ore al giorno, pausa pranzo se e quando capitava ma ero contenta. Mini paga, tutto a nero ma io ero contenta lo stesso, qualcuno mi aveva voluta, proprio a me, proprio perchè voleva il mio lavoro e mi aveva promesso che saremmo cresciute insieme, che il mio lavoro avrebbe richiamato più clienti, che le cose sarebbero sicuramente migliorate per tutte e due ed io ero contenta, ci avevo creduto, mi sono impegnata, era pesante ma, cavolo, io ero contenta lo stesso. Quello che invece non mi è piaciuto per niente è stato vedere appallottolata la mia profesionalità, vederla buttata nel cesso, lo stesso cesso che, secondo il mio datore di lavoro, dovevo tenere pulito nell’attesa che il mio lavoro aumentasse, così tanto per guadagnarti quei quattro soldi tieni pulito il centro. Allora ho smesso di essere contenta e me ne sono andata.

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