Aeroporto Bella Napoli

di Giuseppe Giordano

Gli aeroporti sembrano tutti uguali, sia quando li attraversi di corsa, sia quando ti soffermi a guardare le vetrine esagerate di luci che non appartengono alla città e ricche di souvenir che poco o nulla hanno a che vedere con la memoria del viaggio.
Sì che il mio viaggio non era ancora cominciato e mi sono ritrovato a Capodichino in uno strano percorso, costretto ad attraversare un incrocio di negozi a scaffale aperto, mentre cercavo di raggiungere il varco d’imbarco.
Quasi a venirti incontro e a cercare di trattenerti, prima di lasciarti andare, partire.
Ma il negozio che non ricordavo, che ha attirato la mia attenzione più per la voglia che avevo di entrarci da un po’, che per la sorpresa di trovarlo dietro l’ultima “chicane”, è quello della ben nota libreria, la F., che anche quando è un negozio, chissà perché, è sempre al femminile.
Ci volevo andare da un po’, perché avevo proprio voglia di cercarlo lì e di trovarlo lì, sapevo anche in quale scaffale, quel libro.
Supero la barriera magnetica e cerco con lo sguardo lo scaffale indiziato… vabbè, dovrei svoltare subito a destra e andare dritto a prenderlo quel libro. Ma come si fa? Si sa che non è possibile. Bisogna entrare, fare un giro largo… poi, quasi prima di uscire di nuovo davanti alla barriera, come colpito da improvvisa illuminazione, è a sinistra che devi voltarti per raggiungere lo scaffale e quel libro.
Ma i libri su Napoli devono per forza avere la copertina rossa? Mah!
Ne trovo due copie, ne prendo una, mai a caso, anche se apparentemente identiche. Ci avete mai fatto caso che i lettori sembrano possedere un metodo infallibile per individuare la propria copia sugli scaffali delle librerie?
Mi dirigo alla cassa.
Ed è qui che accade quello che volevo annotare. Il vero souvenir della mia città che ancora non ho lasciato.
Poggio il libro sul banco (dotato di smagnetizzatore) e qui, la cassiera con visibile soddisfazione, afferra il libro, se lo guarda, poi mi guarda tutta contenta:
– Questo libro l’ha scritto un mio amico.
– Veramente, l’ha scritto un MIO amico, le rispondo-
NO, quello il figlio lavora con noi… è un nostro collega, lo conosciamo bene.
– SI, quello il padre è un mio collega… lo conosco pure io!
Quasi una gara a chi conoscesse di più l’Autore… in un attimo, in due battute, tra lo stupore degli italiani “stranieri” in fila.
E poi l’ultima parola che le concedo. Ad alta voce, rivolta all’altra commessa:
Terèeeee, è il libro di Vincenzo…..
Me ne vado. Stranamente soddisfatto.
Così pensavo, succede solo nella mia città. Il viaggio comincia.

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