Hanna, le macchine e noi

A coinvolgermi nell’evento ItaliaCampania è stato il Ninja più incredibile che io conosca, Alex Giordano.

Il tema era Le nuvole nel Paese del Sole, Cloud computing, augmented reality e open data, le previsioni dicono: nuvole all’orizzonte nel Paese del sole.

La citazione di Hanna Arendt dalla quale sono partito è stata questa: “discorso e azione sono le modalità in cui gli esseri umani appaiono gli uni agli altri non come oggetti fisici, ma in quanto uomini. Questo apparire, in quanto è distinto dalla mera esistenza corporea, si fonda sull’iniziativa, un’iniziativa da cui nessun essere umano può astenersi senza perdere la sua umanità.

La scaletta che mi ha guidato nei miei 5 minuti è stata questa:
Arendt – Discorso – Azione – Iniziativa – Umanità
Rapporto Uomo Macchina – Replicanti e Robot
Efesto e Pandora – Linux e Artigiani – Capacità di individuare e risolvere problemi
Processi di competizione collaborazione
Rapporto tra il talento (le persone) e l’organizzazione (le strutture)
Il lavoro ben fatto

Le mie fonti sono state:
Vita Activa di Hanna Arendt
L’uomo artigiano di Richard Sennett
Dizionario del Pensiero Organizzativo, The Riken way and EuropeLe vie del lavoro e Bella Napoli del sottoscritto

La mia domanda conclusiva è stata:
Se è vero, come pare sia vero, che le nuvole, i dati disponibili, la realtà aumentata grazie alla tecnologia ci permettono di avere più parole (discorso), di fare più cose (azione), di prendere più iniziative, possiamo affermare, e in che senso, che grazie alle macchine possiamo espremire di più e meglio la nostra umanità?

Mi piacerebbe che fossimo in tanti a rispondere alla domanda. Sì, vorrei scivere assieme a voi il mio primo saggio partecipato. Che dite, me la date una mano?

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8 pensieri su “Hanna, le macchine e noi

  1. Markus Thompson è un fotografo naturalista; nel corso di una recente immersione al largo delle coste canadesi di Vancouver, nota sul fondo del mare un oggetto a lui familiare; lo prende e lo riporta in superficie. Con stupore si accorge di aver ripescato una macchina fotografica Canon EOS 1000D, caduta in quelle acque un anno prima, come poi scoprirà. Nonostante fosse incrostata, sporca, ossidata, ormai inutilizzabile, Markus estrae la scheda di memoria SD, la ripulisce e prova a leggerla. Incredibilmente la scheda digitale funziona e sullo schermo di Markus appaiono gli scatti di una famiglia in vacanza nel 2010. Come fare a rintracciarli per restituire loro quelle memoria e quelle memorie?

    Markus decide di scrivere questo messaggio su Google+

    “Circa 50 foto di una vacanza familiare su una scheda. Se conoscete un vigile del fuoco della Columbia Britannica la cui squadra ha vinto la gara Pacific Regional Firefit, ha una moglie adorabile e una figlia che (adesso) ha due anni, fatemelo sapere. Sarò lieto di restituirgli le foto delle sue vacanze 🙂 ”.

    Passano pochi giorni ed un amico del vigile del fuoco si fa vivo: macchina e memoria ritornano al legittimo proprietario

  2. Senza usare parole difficili, senza citare fonti, esprimo umilmente il mio pensiero. Le macchine aiutano, ci aiutano a conoscere, comunicare, fare, disfare, ricostruire, aiutano la vista limitata dell’uomo, nella scoperta di ciò che, altrimenti, sarebbe invisibile e inconoscibile. Permettono la circolazione di questi nuovi saperi, promuovono il dubbio per ricercare ancora, ancora e ancora, ma non sorridono, non amano, non sono in grado di tornare indietro e di fare un “mea culpa” o un grido di gioia, o un pianto.E’ l’uomo che manovra la macchina, la usi o ne abusi, non perderà mai la capacità di emozionarsi, cioè la sua umanità.

  3. Il quesito di Vincenzo mi ha lasciato pensieroso in questo fine settimana che, nonostante il bel tempo, ha mostrato qualche “nuvola” in giro.
    Purtroppo mi scuso anch’io per la risposta data in maniera frettolosa, ma mi riprometto di tornarci su con la dovuta calma.
    Veniamo a noi (se possibile).
    Parto dal termine macchina. Risalire all’etimologia di una parola è sempre la prima fase di una ricerca, consente di ri-elaborare il significato.
    Dal greco mechanè: strumento per fare o compiere qualcosa.
    Dalla radice MAGH – in sanscrito MAH- crescere, aumentare (cfr. magno, mago).

    Questa radice del termine “macchina” ci pone davanti ad un’evidenza: il suo stare al mondo prevede uno scopo, un fine. Esso è uno strumento che porta a compimento qualcos’altro.
    Il rapporto uomo-macchina sembra quindi non poter prescindere dallo scopo e questa dimensione teleologica è inevitabilmente legata ad una dimensione etica (che abbiamo anche chiamato umanità).

    Facciamo un salto indietro. Spesso consideriamo in analisi di questo tipo solo le ultime rivoluzioni tecnologiche, quelle che appartengono alla nostra generazione. Invece, per riflettere su innovazioni tecnologiche e macchine consolidate nel tempo, preferisco fare affidarmi al passato.
    Penso a 3 esempi distinti ma che appartengono ad uno stesso sistema: la scrittura, l’alfabeto, la stampa. Tutte riguardano il linguaggio umano, ma ognuna di esse ha rappresentato una vera e propria rivoluzione nel suo campo.
    Tra le tre mi soffermerò su di una in particolare: l’alfabeto. Come prodotto dell’evoluzione umana, l’alfabeto rappresenta una macchina (non tangibile) che ha rivoluzionato non soltanto i sistemi di scrittura ma ha modificato e “amplificato” i meccanismi e i processi di ragionamento, di relazione, di interazione dell’essere umano. In un certo qual modo, come il web, l’alfabeto ha concesso la possibilità di investire una maggiore dose di energia per “fare più cose” (in ambito linguistico) contemporaneamente e con potenzialità maggiori.
    È evidente come l’alfabeto – al pari di tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche – abbia influito sulla condizione umana, sulla qualità della vita, cambiandone irrimediabilmente molti aspetti che oggi appaiono scontati.

    Ma anche nel caso dell’alfabeto dovremmo domandarci quale sia lo scopo, il fine, qualora ne esista realmente uno. Su questo argomento molti autori si sono imbattuti con analisi attente e approfondite. Pertanto la ricerca di un principio alla base di una macchina rivoluzionaria come l’alfabeto ci porta a considerare che esso esiste perché esiste un TU con il quale l’essere umano deve relazionarsi.
    È la dimensione del TU che spinge l’uomo ad a-crescere, amplificare, migliorare i suoi strumenti. L’altro che ci sta davanti rappresenta sia ciò che ci muove a ricercare e, allo stesso tempo, il nostro fine.
    La presenza dell’altro mi impone una perenne attenzione etica nel mio “stare al mondo”. Quel TU che mi trovo di fronte diventa così metro imprescindibile nell’utilizzo e nell’attualizzazione di qualsiasi macchina (che in quanto macchina ha una dimensiona virtuale e una attualizzata).

    Torno quindi al quesito iniziale: “è vero che grazie alle macchine possiamo esprimere di più e meglio la nostra umanità”?
    Questo breve e forse troppo frettoloso ragionamento mi porta in realtà ad accorgermi che è innanzitutto necessario considerare il rapporto uomo-macchina secondo una dimensione bi-direzionale – e mai unidirezionale (non sono solo io ad interagire con la macchina ma è anche la macchina che influisce e nel tempo modifica le mie capacità di interazione).
    Ogni macchina rappresenta quindi uno strumento “complesso” nelle mie mani, il cui utilizzo non va sottovalutato. E l’utilizzo non può prescindere dalla consapevolezza che esista un fine, uno scopo che è parte della natura stessa di quella specifica macchina. Qualsiasi sia lo scopo, deve potermi condurre verso un principio rappresentato dal TU con il quale con-divido la mia esistenza.
    È in questo che la mia umanità trova un’estensione nelle potenzialità della macchina.

    La complessità del rapporto uomo-macchina (le enormi potenzialità che essa mi concede per ampliare e accrescere le mie capacità umane e la costante attenzione etica necessaria nell’utilizzo stesso) porta con sè quella dose di incertezza e rischio propria di uno strumento nuovo, sconosciuto e ricco di possibilità.
    Tale complessità (che non è soltanto moderna ma tipica di ogni “rivoluzione”) va affrontata con entusiasmo e consapevolezza.


    Alcune fonti:
    Stare al mondo (S. Natoli), La musa impara a scrivere (E. Havelock), Antropologia della scrittura (G. R. Cardona), Amore liquido (Z. Bauman).

  4. Prof-casalinga o casalinga-prof?
    Da dove comincio? In entrambi i casi uso macchine.
    Noi casalinghe part-time di questo tempo moderno usiamo una infinità di aggeggi elettrici, dalla grattugia all’aspirapolvere passando per la lavatrice…
    Uno dei richiami più accattivanti della pubblicità degli elettrodomestici era quella di poter fare, con il loro uso, tutto più in fretta in modo da poter avere più tempo, ma non è così, siamo talmente bombardati da pubblicità con case asettiche che il lavoro non ha fine.
    Quindi le “macchine domestiche” non hanno risolto il problema anzi liberando “tempo” non si capisce perchè non dover fare altre faccende!
    Passiamo alla prof., la situazione non migliora, le nuove tecnologie ci hanno regalato una facilità di comunicazione assolutamente impensabile solo 10 anni fa (a scuola ci sono questi tempi!) , è vero, una circolare, prima doveva essere scritta in minuta, poi ricopiata con la macchina da scrivere, poi passata di classe in classe (questo è rimasto uguale!) , dal concepimento all’informazione ne passava di tempo…ma proprio per questi tempi un po’ lenti, erano poche e facilmente recepite, adesso si scrive di tutto, passa di tutto e i ragazzi non registrano niente, così per quello che mi riguarda, sono passata al WEB .
    Ho creato un blog , che uso solo per le comunicazioni scolastiche , ebbene stesso risultato, cioè il nulla, o quantomeno pochi lo guardano.
    Mi sono chiesta il perchè, e come Gigi M. mi sono data una risposta : ci sono ormai talmente tante cose da seguire che i ragazzi gettano la spugna e se ne infischiano, se è importante …. pazienza!
    Ma io non mollo!
    Dove vanno i ragazzi del WEB? Su FB! εὕρηκα (potenza della rete! trovato in greco!!!!) Faccio un profilo FB dedicato solo alle comunicazioni scolastiche!!!
    Quindi quando voglio comunicare qualcosa agli alunni della mia scuola:
    – scrivo sul blog
    -vado su FB
    -cerco la pagina ufficiale della scuola (che ufficiale non è perchè la gestisce un ragazzino di quarta, che tu Vincenzo conosci… si! sempre quello!)
    – metto in bacheca il link del blog con un richiamo all’argomento
    -contemporaneamente passo una circolare con il metodo classico
    Ammazza che vantaggi questa tecnologia!!!!!!
    Tempo utilizzato? vabbè meglio non calcolare….
    W la tecnologia!!!!!
    Una prof/dasperate houswive

  5. Amici, spero di avere tempo per tornarci, pero’, con il massimo rispetto e la massima attenzione per le cose molto interessanti che avete scritto, credo che la stiate facendo un po’ troppo semplice… Ricordate solo per dirne una lo scetticismo sano, stoico e civile, con cui Giacomo Leopardi trattava il secolo dei Lumi (pur essendo lui il più grande dei razionalisti italiani e antiromantico). Ogni volta che l’Umanità ha troppo creduto nel progresso e nella tecnica ha prodotto sciagure e stragi enormi. Quindi attenzione la giusta fede nel progresso deve conservare in sé il sano scetticismo che ci permette di esserne un po’ distaccati. Nel Rinascimento su chiamava “sprezzatura”. Perché altrimenti la fede nella ragione rischia di trasformarsi nel suo contrario… Cioè nella teleologia del progresso, le magnifiche sorti e progressive del grande Giacomo, insomma alla fine religione…

  6. Vincenzo ha la capacità di porre quel tipo di questioni che appaiono semplici e poi le scopri piene di complessità via via che le approfondisci; questioni che mi attraggono come una calamità e non riesco a staccarmi

    Perché grazie alle macchine possiamo esprimere meglio la nostra umanità?

    Provo a buttare giù qualche idea, qualche proposta da dibattere.

    Risposta secca: Perché l’uomo è una macchina che costruisce macchine; da sempre; è la sua natura, l’essenza che lo differenzia da altri esseri viventi. Non sarebbe umano senza tecnologia. Non ci sarebbe umanità senza tecnologia

    Troppo forte? Forse sto esagerando? Va bene, allora parto dal dizionario

    Prima definizione, Umano: “proprio dell’uomo”, “che ha le caratteristiche dell’uomo”

    Non vi pare che tra le caratteristiche primarie dell’essere umano ci sia quella di costruire macchine?
    È nella sua natura; penso al primo osso utilizzato come utensile e arma (e vedo 2001 Odissea nello Spazio del Maestro S. Kubrick), o ai primi sistemi di automazione come la trappola per catturare gli animali, od anche alla clessidra ad acqua, per misurare il tempo.

    Comunque, metto da parte la definizione di Umano e vado a leggere l’altra

    Umanità: “Natura umana”; e poi una definizione estesa: “complesso di elementi spirituali quali la benevolenza, la comprensione, la generosità e sim. verso gli altri”

    La definizione estesa è quella che ci piace di più, quella a cui aspiriamo come persone e come genere. Ciò però non toglie la prima definizione: la Natura Umana, che include tutta una serie di caratteristiche non necessariamente piacevoli, ma che sono parte di noi. Teniamone conto

    Sarebbe troppo semplice dire (ma lo dico) che senza tecnologia non ci sarebbe comunicazione, ne cura delle malattie, ne mezzi di sostentamento dignitosi; per alcuni è meno semplice accettare l’idea che senza tecnologia non c’è crescita, ne sviluppo, non c’è libertà, ne conoscenza.

    Si può essere benevoli, comprensivi, generosi verso gli altri senza tecnologia? Proviamo anche a rispondere si e vediamo cosa succede. Se si allora l’umanità può fare a meno della tecnologia? La risposta è no! Perché è nella nostra natura umana. Sembra che mi stia allontanando dalla domanda di Vincenzo che quando parla di “umanità” sicuramente intende non tanto natura umana quanto la definizione estesa, quella (sintetizzo) di umano civile che aiuta gli altri.
    Mi riavvicinerò alla sua intenzione ma non posso evitare di mettere in evidenza prima il fattore della natura umana, del come siamo fatti

    La letteratura ci inonda di definizioni, visioni, concetti, parallelismi uomo-macchina; se non infastidisce ne spargo un po’ qua e là come capita.

    “La noia non si vince con la fantasia ma con gli utensili. La fantasia deve trasformarsi in ferramenta” – Luigi Sinisgalli, ingegnere, poeta, direttore della rivista culturale “Civiltà delle Macchine” (Finmeccanica)

    Mi vien da pensare a “L’uomo artigiano” di Richard Sennett, una delle fonti (e musa) di Vincenzo. Arte-Tecnologia-Artigianato. L’uomo è artigiano, è tecnologico, è nella sua natura.

    Adesso però devo riavvicinarmi alla umanità che intende Vincenzo.

    Patrick è un ragazzo australiano che ha perso l’uso della mano sinistra dopo essere stato folgorato sul posto di lavoro. La sua mano era inerte, inutilizzabile, non più funzionante ne funzionale. Ha deciso di farsela amputare per innestare una mano bionica, un arto cibernetico frutto della ricerca robotica avanzata; adesso può di nuovo allacciarsi le scarpe o aprire una bottiglia. Non pensate che questo gli permette di esprimere meglio la sua umanità? È più felice di prima, più sicuro, e può fare con gli altri cose di cui diversamente avrebbe potuto solo assistere.

    L’uomo ha pensato, scritto, disegnato e prodotto macchine a copia dell’uomo sin dai tempi antichi; golem, manichini, marionette e poi automi meccanici. I le Macchine / Robot sono stati al centro di una prolifica letteratura anche di stampo catastrofista.

    “verrà un giorno in cui anche i manichini si agiteranno a chiedere diritti e guarantigie, a vociare discorsi e a unirsi in falange compatta e ordinata per soverchiare le prepotenti forse degli umani. In quel giorno il pittore sarà costretto dal suo manichino a posargli da modello” – Cesare Pascarella.

    Ma oggi ci troviamo di fronte ad un fenomeno diverso, siamo noi a diventare bionici, innestando nel corpo elementi hardware e software con l’obiettivo di migliorare le nostre condizioni di vita.

    Ci torno tra un attimo

    Peter Roberts è un libero professionista inglese; nel dicembre del 2006 si siede al suo computer accede alla pagina web 2.0 del governo inglese e scrive queste parole: “Noi sottoscritti chiediamo al Primo Ministro di ritirare il piano di road pricing, cioè la tassazione dei veicoli a motore in base ai chilometri percorsi.” Il governo avrebbe voluto l’installazione di dispositivi GPS a bordo delle automobili per verificare la percorrenza dei cittadini e quindi applicare la tassa. L’associazione degli automobilisti preferì non schierarsi, mentre associazioni ambientaliste erano apertamente contrarie alla petizione di Roberts nonostante la forte invasività nella privacy dei cittadini del sistema di road pricing. Dopo due mesi la sua petizione aveva raccolto quasi due milioni di adesioni online. Nonostante il governo intendesse fare prima un paio di sperimentazioni locali, le autorità di Manchester si rifiutarono di farle senza il consenso dei propri cittadini. Ad ottobre il governo ritirò il provvedimento. Una iniziativa basata sulle tecnologie è stata bloccata da una iniziativa altrettanto tecnologica. Non pensate che il web 2.0 ci permette di esprimere meglio la nostra umanità (si lo so anche al peggio, ma questo dipende dalla natura umana)

    Si potrebbe continuare con esempi di questo tipo per dimostrare la tesi sottintesa nella domanda. Ed ovviamente i detrattori saranno capaci di trovare, ad anche d’inventare, altre storie per dimostrare il contrario.

    Adesso torno sul punto di prima: le macchine, come evocava Pascarella, supereranno l’essere umano oppure sarà questo a trasformarsi in qualcosa di diverso e di più evoluto? O forse ll futuro di questo essere umano sarà in esseri umanonoidi potenziati dalla cibernetica e dalla bionica? Umani potenziati da pezzi di biotecnologie: ovvero?

    Julian Huxley, biologo e fratello di Aldous (quello de “il mondo nuovo”) scrisse: “l’uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana”. È la visione di un essere trans-umano, un uomo artigino potenziato, è la visione di un umanità sociale potenziata sia fisicamente, sia mentalmente. Con quale obiettivo? Migliorare la sua condizione di vita e la qualità della stessa.

    Mi capita spesso di fare questa equazione: rivoluzione tecnologica in atto = mutazione antropologica. Non sono uno scienziato ne un intellettuale ciononostante ho la sfacciataggine di pensare questa cosa.

    Vi propongo una specie di addizione non aritmetica

    Ogni giorno produciamo una quantità d’informazione che fluisce sulla rete, pari a tutta quella prodotta dai primordi delle civiltà al 2000.

    più

    La crescita costante dell’innovazione tecnologica nel campo delle nanotecnologie, dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie, che apre scenari impensati ed imprevedibili.

    più

    fallibilità degli modelli di previsione “standard”, sempre più imprecisi e inutili.

    Uguale?

    Forse un mondo sta finendo, con le sue culture, i suoi principi economici, le sue geo-politiche?
    Se, è così forse è destinato a finire anche questo essere umano che conosciamo?

    Sono stato catturato qualche anno da un’affascinante lettura: “The Coming Technological Singularity” di Vernor Steffen Vinge, professore di matematica e scrittore di fantascienza.
    La Singolarità Tecnologica, secondo Vinge, avviene quando l’innovazione delle tecnologie cresce al punto da non essere più compresa ne controllata da essere umani come siamo oggi. Come dire un po’ troppo deficienti, non intellettualmente e fisiologicamente attrezzati per capire a fondo le tecnologie che abbiamo sviluppato. Niente male.
    Da questo conseguirebbe che serve una mutazione antropologica, un nuovo essere umano d’intelligenza superiore. Quindi il trans-umano di Hyxley?

    Come in una spirale mi sono allontanato di nuovo (apparentemente) e adesso cerco di riavvicinarmi.

    Quando una rivoluzione lenta è in atto non si vede; per la prima volta nella storia che conosciamo (almeno per come ce l’hanno raccontata), stiamo vivendo in prima persona una serie di vite parallele; al nostro essere analogico si aggiungono una o più nostre varianti digitali, che partecipano a blog, social network, forum, che producono oggetti immateriali remixando cose esistenti e cose create. La rete e il web non sono più solo tecnologie ma cultura, modo di essere, modo di vivere, modo di lavorare, di produrre. E quindi anche nuova umanità.
    Forse la tecnologia non sta facendo altro che facilitare l’avvicinamento a quello che siamo intimamente: esseri interconnessi dall’infinitesimo del nostro corpo all’infinito dell’universo.

  7. “grazie alle macchine possiamo esprimere di più e meglio la nostra umanità”. Lo sai che io la penso così, e credo che con questa frase tu abbia trovato un modo molto efficace per dirlo. Natura vs cultura, umanità vs tecnica, sapere vs saper fare sono concetti avvolti in un’antitesi fittizia, e l’Umanesimo che ripudia la tecnologia e il consumo delle merci come forma di reificazione delle soggettività è stata una brutta, lunga parentesi che dovremmo finalmente lasciarci alle spalle. Noi siamo Prometeo che ruba il fuoco agli dèi, Pandora che apre il vaso, Eva che morde la Mela: il desiderio (di sapere, di conoscere, di sbagliare) è il nostro tratto distintivo, quello che ci contraddistingue dalle altre specie, e – guarda caso – possiamo esaudirlo solo attraverso la tecnica, che va dalla ruota ai microchip, passando per tutto il resto. Letture? Su due piedi direi Lévy (soprattutto “Il virtuale” e “Cybercultura”), Benjamin, Rifkin e Bateson (“Verso un’ecologia della mente”) 🙂

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