Un nuovo umanesimo

di Francesco Escalona
Caro Vincenzo,
provo a rispondere alle tue provocazioni sulla questione del Lavoro del terzo millennio, trasformandomi in un investigatore.
Non ridere. Un po’ come faceva Sherlock Holmes quando era alla ricerca di un delitto, del movente e del colpevole.
Partiamo dal fatto: è scomparso il Lavoro. Questo è il fatto su cui indagare. Cosa sta accadendo?
Lo cercano tutti, ovunque, ma questo Lavoro non si trova da nessuna parte. Che fine ha fatto questa occupazione fondamentale, sacra, dell’Uomo intorno a  cui – forse non ci si riflette abbastanza – i nostri Padri Costituenti addirittura fondarono nel dopoguerra il nostro Stato?
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro, dice l’articolo 1.
Eppure, questo Lavoro, un’intera generazione di trentacinquenni, non l’ha ancora incontrato. Ho chiesto anche in giro: ma sta cambiando qualcosa? Nonostante i proclami del governo, non si trova e non si trova.
Ma com’è che quando io ero piccolo, si finiva di studiare e si andava a lavorare, e adesso non più? Questa non è una domanda importante. E’ una  domanda fondamentale. Anche perché se non risolviamo questo caso, non possiamo neanche parlare del meraviglioso concetto di lavoro ben fatto, che finirà per estinguersi in breve tempo.
A me l’intuito dice che ci sono che è stato messo in atto un furto enorme,  epocale, di dimensioni spaventose. Un furto di valenza storica ai danni dello Stato, delle persone, sopratutto dei giovani. Vari indizi testimoniano che il reato c’è. Qualcuno, approfittando della confusione del cambio di era, ha rubato il tempo risparmiato, che era di tutti e lo ha fatto proprio, accumulando ricchezze e potere immenso.  Le vittime siamo un po’ tutti noi persone normali con i nostri figli.
Il lavoro risparmiato si è tradotto in costi dimezzati, senza nessun risparmio per noi, nessuna redistribuzione, un oceano di risorse materiali e immateriali sottratto alla Comunità, cioè a tutti noi.

Provo a spiegarmi meglio: negli ultimi trenta anni si sono messi in moto alcuni processi che ci hanno scaraventato in una nuova era, ne riassumo quattro: i) la rivoluzione tecnologica, la nascita del web internet; ii)  i mezzi di trasporto sempre più veloci e a costi più accessibili che hanno fatto si che il mondo si facesse più piccolo e gli uomini e le merci schizzassero di qua e di la; iii) il ruolo “eversivo” della Donna soprattutto, per ora, nelle società occidentali; ma vedrai cosa accadrà presto anche ad Oriente; iv)  l’innalzamento dell’età media di vita, penso che presto a cent’anni, speriamo bene.
Questi e altri fattori derivati stanno introducendo cambiamenti epocali che noi, per la loro velocità e profondità, stentiamo a vedere, a capire e quindi a governare.
Di chi la colpa? Difficile dirlo. Però a me l’altra sera è venuto un pensiero, e mi sono detto che siamo in mano alle «macchine», che sono loro le colpevoli. Bada bene Vincenzo, non penso alle macchine ipotizzate da Asimov in “io Robot”, a umanoidi luccicanti con un Capo dagli occhi lampeggianti e un cervello elettronico elaborante, penso al sistema globale delle “macchine” a cui ormai ci siamo totalmente affidati e di cui non potremo più fare a meno. Pena lo sprofondamento in quel Medioevo prossimo venturo ipotizzato da Giorgio Vacca alla fine del secolo scorso.
Amico mio, noi non ci pensiamo mai, ma le macchine gestiscono già oggi tutta la nostra vita, e lo faranno sempre più, sostituendo in parte o in tutto il lavoro degli umani.
Forse quelli della nostra generazione questa cosa la possiamo capire meglio, perché quando eravamo piccoli noi non esisteva nulla di simile.
In questo preciso momento sto pigiando i tasti di una macchina mentre ascolto della musica prodotta da un’altra macchina, una lavatrice sibila in fondo il programma di strizzaggio e il condizionatore mi assicura la climatizzazione. Le macchine regolano i flussi dell’acqua nelle nostre case, il gas, la luce elettrica, le macchine permettono al frigo di gelare e congelare, di organizzare viaggi, di costruire auto super accessoriate e così via discorrendo mentre nel frattempo i bigliettai sono quasi scomparsi e i milioni di operai che negli anni ‘60 varcavano i cancelli delle fabbriche si sono ridotti drasticamente di numero. Tu dici che il lavoro scompare da una parte e ricompare da un’altra, ma sinceramente io il saldo lo vedo molto negativo. In ogni caso quasi tutto è automatizzato e lo sarà sempre più. Le stesse smart city, che pure sembrano figlie di una filosofia di vita e di sviluppo più condivisibile, sono il segno del dominio delle macchine. O tu pensi che ancora le governiamo noi? Io penso già di no.
I greci costruirono la loro potenza e poi la loro saggezza grazie agli schiavi. E così i romani. Lavorando meno, poterono pensare di più. Per farlo, nel medioevo, gli uomini divennero monaci, uscirono dalle città salirono nei monasteri. Oravano, pensavano, scrivevano e lavoravano.
Noi abbiamo conosciuto il mito della fine del lavoro, della settimana sempre più corta, ci siamo detti «le macchine prenderanno il nostro posto e noi vivremo più liberi e felici», ma il tempo libero promesso si sta trasformando in disoccupazione drammatica per molti e lavoro assillante per altri.

Resta da capire chi, utilizzando le macchine, sta effettuando il più grande furto del nostro tempo risparmiato, ma intanto ti voglio segnalare che in noi umani stiamo progressivamente entrando in risonanza con le macchine,  con la loro velocità, con la loro fredda ineluttabilità; cerchiamo disperatamente, miserevolmente, di tenere il loro passo, facendoci dettare i tempi della nostra vita dalla loro velocità. Sì, il cuore batte sempre più veloce, ma non ci riusciamo, però nel frattempo stiamo diventando inumani.
Se credi che stia esagerando pensa alla tua impazienza quando il computer si impalla o quando rallenta la linea; quando un semaforo s’inceppa, o quando l’auto davanti a te non parte, se il bus fa ritardo o la metro salta una corsa. Ci sembra di impazzire, a volte: perché?
Secondo me perché la velocità estrema, inumana, è la caratteristica prima di questa rivoluzione che si sta consumando soprattutto nelle megalopoli.  Il nostro mondo sarà molto cambiato dal momento in cui mi hai chiesto  questo contributo ad ora che l’ho scritto. Alcuni fatti o notizie, alcune scoperte, sopraggiunte in corso d’opera, potrebbero rendere obsoleto questo stesso ragionamento che perciò, forse, trova senso solo in questo attimo in cui viene pensato e scritto.
Per tenere il passo delle macchine, prendiamo Xanax e Betabloccanti, cocaina e altre droghe (alcuni; io mai!), ma di fatto non c’è speranza.
Le macchine schizzano fulminee, immerse di gigabyte silenziosi, e ogni giorno che passa si prendono un po’ della nostra anima.

Ma torniamo al mandante, al quale prima ho solo accennato. Per me sono le multinazionali finanziarie che ci hanno rubato il tempo risparmiato, quello che era dell’Umanità e andava reinvestito in tempo libero, miglioramento di vita per tutti e felicità.
Non viviamo solo una crisi momentanea in attesa di una fase speriamo non traumatica di redistribuzione della ricchezza, ma assistiamo inermi e inconsapevoli ad un cambiamento totale del nostro rapporto con la vita. E quindi col Lavoro.
Le caratteristiche di quella che definiamo «crisi», che come tutte le crisi dovrebbe avrebbe un inizio e una fine, secondo me vanno lette invece come le caratteristiche della nuova era che bussa furiosamente alle porte. Nulla sarà più come prima. E naturalmente  vale anche per il Lavoro e per la nostra vita di tutti i giorni.
Tutto questo si ripercuote naturalmente anche sulle affascinanti questioni a te, a noi, tanto care, che spero affronteremo insieme nel prossimo Simposio: il tuo #lavorobenfatto; il nuovo Umanesimo delle montagne di Arminio; l’Ozio creativo di De Masi; i nostri Simposi; la nuova modalità di vita, il rapporto tra aree interne e le aree centrali. Il diverso tempo. Come il tempo del giorno e della notte. Come la luce del sole e della luna e delle stelle. Sono tutti temi legati a questa questione centrale.  Cerchiamo vie di fuga dalle macchine che stanno sottraendo, e sottrarranno sempre più, lavoro agli umani. Il che potrebbe essere anche un bene, a patto che il Tempo risparmiato venga trasformato in felicità.

Per tornare al punto, il furto del millennio lo stanno compiendo i Padroni delle macchine.  La cosa nuova è che non sono persone fisiche. Sono entità finanziarie. Siamo noi stessi che attraverso i Fondi comuni costituiamo le parti azionarie della proprietà. Sono processi, Enti, Regolamenti. Entità astratte. I nuovi proprietari sono la Borsa, i flussi economici, le leggi finanziarie a cui spesso sottostanno le leggi degli stessi stati indebitati. Le nostre leggi.
E allora, da un certo punto di vista, un punto di vista importante, siamo noi i  nostri carcerieri, noi che abbiamo creato un sistema inumano, da cui è quasi impossibile evadere.
Chi ormai, rinuncerebbe al pc, alla lavatrice, al bus, alla metro?
Siamo schiavi delle macchine. Senza macchine, non riusciremmo più a vivere. E siamo dunque schiavi delle loro caratteristiche. Delle loro leggi. E il Lavoro risente di questa situazione.
Prima, il lavoro bene fatto era evidente a tutti. Esisteva una trasmissione di energia, di Amore, tra l’artigiano e il prodotto del suo lavoro. L’oggetto trasformato. Una trasmissione di energia tra l’agricoltore, la sua terra e i frutti da essa germogliati. Tra l’allevatore e i suoi bovini o equini. Tra il pastore e le sua pecore. Tra il pescatore e la sua barca, strumento di vita.
L’operaio novecentesco non vedeva il frutto del suo lavoro se non in una visione collettiva. Ma il Lavoro ancora era leggibile anche se  collettivamente. Nacquero i Falansteri e i Familinsteri. Ricordo ancora la fierezza degli sguardi  degli operai dell’Alfa sud all’uscita della nuova auto prodotta a Pomigliano d’Arco. O gli operai della Ferrari di Maranello. O degli operai dell’Olivetti di Ivrea e di Pozzuoli. Lì, al #lavorobenfatto del singolo si sovrapponeva il #lavorobenfatto della collettività.
Ma ora, gli stabilimenti sono quasi completamente nelle mani delle macchine. I pezzi provengono da tutto il mondo. Vengono solo assemblati da macchine. Non ci vuole molto ad assemblare pezzi perfetti. Ma le auto, senza l’imperfezione umana, non avranno più un’anima.

E il tempo risparmiato dov’è finito allora?  Nelle casse delle multinazionali anonime. Si, ci saranno alcuni finanzieri con le quote più alte a governare i processi. Ma, le finanziarie vivono con le rimesse di migliaia e migliaia di investitori sparsi nel mondo. Anche tu, forse, Vincenzo, le alimenti coi tuoi risparmi. O le banche che li reinvestono secondo flussi finanziari. Macchine registrano al decimo di secondo i cambiamenti dei flussi finanziari delle borse e intervengono in un tempo inimmaginabile per l’uomo. Macchine guidano ormai gli investimenti e potrebbero trascinarci nel baratro.

Ecco, direi che sono arrivato alla fine del mio ragionamento. 
La parola chiave per me è “umanesimo”.  Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo per vincere la guerra tra noi e noi stessi, per il governo delle macchine. Per farlo dobbiamo diventare innanzitutto più consapevoli, dobbiamo renderci conto di ciò che sta realmente accadendo. Ad esempio che stiamo perdendo il rapporto diretto e leggibile tra noi e il nostro lavoro, tra noi e il frutto visibile, percepibile del nostro lavoro, quello che ci permette di dire «è un lavoro ben fatto, è il mio lavoro, è la ragione per cui vivo e la mia presenza su questa terra ha senso». Si, direi che stiamo perdendo il rapporto diretto e leggibile tra noi e la vita.
Io penso che dovremo rinunciare a qualcosa per riprendere il governo del tempo e delle macchine. Non sarà facile, ma forse se cominciamo a capire e a trasmettere ciò che sta accadendo, ci riusciamo. Come? Ad esempio  uscendo più spesso dalla città, dal tempo frenetico delle macchine. Almeno periodicamente dobbiamo saper attraversare degli stargate e andare a Trevico e ad Aliano, per esempio. Nelle aree vuote, buie e silenziose dell’Italia interna.  O nei Simposi, dove il tempo rallenta e le macchine sono escluse in ogni forma (magari useremo le clessidre e dipingeremo con gli sketcher le immagini ricordo). O anche facendo parte delle Case della Paesologia.
Si, direi che dobbiamo uscire dal tempo inumano della macchine, che dobbiamo imparare a usarle e a non farci usare, a non entrare con loro in risonanza, a mantenere le distanze.
La stessa conservazione della filosofia e della pratica del  #lavorobenfatto  può essere secondo me ripristinata in pieno solo se e quando sarà ripristinato il corretto rapporto tra l’uomo e la macchina, quando come ho detto sapremo governarle, utilizzandole al meglio senza entrare in competizione con la loro velocità, la loro asetticità, la loro perfezione.
Caro Vincenzo, noi  siamo  lenti,  contaminabili e imperfetti. Siamo umani. Siamo iM’perfect.

schizzo di Roberto escalona
schizzo di Roberto Escalona

 

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